Se il Cristianesimo è, nella sua essenza, una rivelazione e se il suo intimo meccanismo è rivelatorio, le parole di domenica scorsa non possono che suonare ancor più forti e potenti, quasi intimidatorie, per chi crede.
Questa rivelazione, infatti, secondo il comando del Maestro, non può che essere pubblica; anzi: o è pubblica o non è affatto tale.
Chi, quindi, invita ad una fede celata, privata o, peggio, in punta di piedi; troppo riguardosa per orecchie che, interessatamente, vengano dette troppo sensibili, di fatto si oppone.
E chi, in nome di un malinteso sentimento del ‘dialogo’, dell’eccessivo ‘rispetto’ delle idee, mutila o nasconde, dissimula od omette, si ‘espone’ al disconoscimento.
Quel ‘non lo riconoscerò’ di Gesù è -in effetti- il termine più corretto: non è la ripicca o, come ho detto prima, un’intimidazione.
E’ che proprio il supposto ‘fedele’, in quanto tale, si rende irriconoscibile, non individuabile, inesistente, mancando l’essenza stessa della sua presunta fede: l’essenza rivelatoria.
Il Cristianesimo -insomma- non può non avere una sua dimensione pubblica: è questa che contrappone al potere e che, se del caso, è chiamata a servirsi del potere per esprimersi appieno, salvo poi dover resistere ad ogni tentazione che il potere presenta.
Contro tale rischio -e contro il rischio di ogni autoreferenzialità, quella che sta dissolvendo tutto, Chiesa inclusa- deve farsi ricorso alla prima parte del comando cristiano: ‘quel che sarà udito nelle stanze interne’.
Udire, ascoltare bene: è quello che va fatto sotto il tetto prima di salirci sopra.
Conoscere bene prima di rendersi riconoscibili.
Ma chi, oggi, sa farlo davvero?


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