i morti chiechi

«È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi».

Non so, in tutta sincerità, se qualcuno sia sia mai preso la briga di scrivere un libro sulle ‘frasi terribili’ del Vangelo: di sicuro so che questa -qui sopra- ci starebbe dentro di diritto.

Il brano da cui è presa è quello del cieco nato, guarito da Gesù con una ben poco alchemica mistura di saliva e terriccio: esso si colloca poco prima della Passione, a Gerusalemme, la Città della Fine.

Tuttavia, il brano potrebbe benissimo chiamarsi ‘i morti ciechi’, riferito ai soggetti che -di interrogatorio in interrogatorio- rimangono ottusamente ancorati alle loro domande: non un segnale di grande salute per noi ‘moderni’, ossessionati dal culto delle questioni, dei dibattiti che -sempre più programmaticamente- sono finalizzati al ‘mantenersi in ricerca’ più che a trovare risposte.

La verità che -di pari passo ad una rivelazione che con scarsa eleganza, ma molta efficacia, si traduce letteralmente in uno sputo in un occhio- si affianca un rifiuto di vedere in numero sempre maggiore di evidenze.

Insomma: si diventa davvero ciechi proporzionalmente alla volontà o alla convinzione di ‘vedere’.

Mai, peraltro, una civiltà è mai stata -come questa- in grado di ‘vedere tutto’ ciò che accade, in tempo reale, contemporaneamente.

E mai -per il senso, appunto terribile- una società è stata più cieca della nostra.

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