La meditazione di più immediato impatto che abbia letto in questi giorni, la fornisce qui sotto Luigi Copertino: le nostre Pasque, anno per anno, vengono scandite dai cicli lunari, ma la morte del Signore ebbe luogo in un giorno ben preciso che Copertino ricorda bene essere stato, con ogni probabilità, un sette di aprile.
Come oggi.
Sulle ‘coincidenze’, anche astrologiche, rimando al suo post.
Qui affastello, in mancanza di meglio, alcuni pensieri di queste ore.
- Quale profondo legame vi sia fra i due eventi evangelici del Giovedì Santo (istituzione dell’Eucarestia e lavanda dei piedi) i quali si saldano indissolubilmente nel sacerdozio cristiano, non spetta a me ricordarlo.
Pensavo ieri ad uno in particolare: il lavacro è rito di purificazione che non poteva non precedere il pasto sacro.
Le parole rimandano, peraltro, ad un altri contesti scritturali in cui si fa questione di umiltà e modalità di esercizio della regalità divina: la scena del battesimo nel Giordano e la testimonianza del Battista.
Il passaggio dell’acqua sulla testa e sul Corpo del Cristo danno compimento ‘ad ogni giustizia’: l’acqua -che è l’elemento per eccellenza della vita terrestre, che è collegata ‘tutta’, anche attraverso le nuvole dell’aria- viene così ‘santificata’. Allo stesso modo, dalla deposizione di Giovanni verso chi lo interroga, emerge un altro dettaglio: i sandali dei piedi che il Battista non si ritiene degno neanche di allacciare a Colui che sarebbe, di lì a poco, venuto.
E proprio sui piedi degli Apostoli ricade quest’acqua: sulla parte del corpo, cioè, più soggetta a sporcarsi al contatto con le impurità del suolo, sui cui essi strisciano. - Con il passare degli anni -direi dei secoli- la figura del Cristo si sovrappone sempre di più a quella dell’Agnello, al suo significato sacrificale.
Non è un caso che certa nouvelle vague liturgica spinga per allontanarsene, quasi a rimuoverlo: è un punto decisivo, forse davvero quello che andrebbe difeso con maggiore forza.
Gli echi sacrificali stanno tutti nell’Isaia del Servo Sofferente, che si legge sempre il Venerdì Santo. Sul valore salvifico, decisivo, definitivo e definitorio, del Sacrificio eucaristico si combatte una battaglia feroce: l’intera opera editoriale e letteraria di Roberto Calasso -ad esempio- è un disperato tentativo di affrancarsene, di tornare al sangue, alla ciclicità del capro espiatorio, al satana che scaccia, ancora ed ancora, satana.
La figura dell’Agnello ‘emerge’ alla fine: più si va verso il punto Omega, più se ne disvela il significato (in questo, decisivo, Renè Girard), più infuria la battaglia fra chi intende rimuoverlo e chi intende -invece- innalzarlo, spazzando via tutti gli -inutili- sacrifici. - In questa prospettiva -altra suggestione erudita, solida, informata ed ancorata alle fonti- ce la propone Roberto Manfredini (‘mente alternativa’, come Copertino), traducendo gli studi di Brant Pitre sulle indiscutibili radici ebraiche della Coena Domini (vedi il link al primo commento). Un ebreo del tempo di Gesù riconosce anche qui il sovrapporsi della cena (e quindi della Passione) ai riti della Pasqua.
Con Cristo il passaggio è plurimo: la nuova Pasqua è davvero -in ogni possibile senso- il passare da una prospettiva all’altra. La Pasqua ebraica viene riassunta (e con essa ogni sacrificio inutile, destinato ad esaurire il proprio effetto), il Sangue dell’Agnello che davvero salva è versato una volta per tutte. Nel pane e nel vino transustanziati, l’aspetto cruento viene neutralizzato, e il dono divino viene messo alla portata di tutti.
Alla fine ogni ‘segreto’, insomma sarà svelato; ogni sigillo dei sette che chiudono il Libro, sarà aperto.
‘Apocalisse’ -in fondo- questo vuol dire: e il suo Protagonista è l’Agnello.


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