«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza».
In Matteo si coglie questa che è una delle poche ‘esultanze’ del Cristo: un moto dell’anima, spontaneo ma quasi estemporaneo.
Ma la sua collocazione nel racconto evangelico ci dice qualcosa, mi pare, di interessante: l’esultanza erompe dopo che Gesù ha conferito il proprio mandato missionario.
Erompe -però- anche dopo aver ‘visto’ e prefigurato con parole terribili la sorte di alcuni villaggi o città da lui visitati (Cafarnao fra questi).
Si potrebbe dire, quindi, che è come se ‘avesse visto’ l’esito di quella predicazione e, in particolare, l’accoglienza di chi è ‘piccolo’ (contrapposto ai sapienti e ai dotti), laddove il ‘piccolo’ è chi innanzitutto si fa tale.
C’è un’apertura, una fessura, nella debolezza, nella piccolezza: davanti al ‘troppo pieno’ diventa impossibile o quasi farsi sentire. sicchè -affinchè chi è ‘troppo pieno’ ne possa godere- è necessario lo svuotamento, l’abbattimento, l’abbassamento, magari involontario.
Ma oggi, questi ‘piccoli’ dove stanno?
Chi può, oggi, dirsi ‘piccolo’ con la disponibilità debordante di ogni sorta di ‘sapere’ e si ‘sapore’, a portata di mano, maneggiabile, manipolabile?
Ecco perchè il ‘proprium’ di Fatima e di quel 13 maggio sta, drammaticamente, nella profezia di un abbattimento della ὕβρις, hýbris umana, oggi abbondante fra troppi che -neanche a viste solo umane- ne avrebbero titolo.


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