‘modernisti! modernisti ovunque!’

Come moltissimi sanno -e tantissimi hanno praticato sulla loro pelle, ne conosco a bizzeffe, fuori e dentro la Chiesa, personalmente e non- Joseph Ratzinger è stato per decenni la ‘bestia nera’ di ogni progressismo ecclesiale.

Oltre che del relativismo che oggi imperversa, definito ‘dittatura’ con termine fulminante: provate a dire che non tutte le opinioni sono ‘rispettabili’ e vedrete come andrà a finire…

Nelle ricostruzioni edulcorate di queste ore del circo mediatico, si salta a piè pari il ‘Rapporto sulla Fede’, la prima intervista di un Prefetto del Sant’Uffizio, rilasciata a Vittorio Messori: da lì alcuni libri di storia delle Chiesa indicano la fine del c.d. Postconcilio, la lunga ‘ricreazione’ di preti, frati e suore, fatta di ‘sperimentazioni’, di comportamenti ‘profetici’, di ardite letture dei ‘segni dei tempi’.

Il fatto stesso che la Congregazione per la Dottrina delle Fede parlasse fuori dal terreno degli atti ufficiali, divenisse ‘di dominio pubblico’, affrontando temi scottanti sul tappeto sullo stesso terreno della doxa, del pubblico dibattito, fece infuriare tantissimi.

Ne parlò Messori stesso più volte, anche nel video qui sotto, a cui rimando.

Ma quello che molti non afferrano, specie nel mondo laico, è che Benedetto XVI è stato -ed è, anche da morto- profondamente inviso anche a certo tradizionalismo, quello dei puri e duri del pizzo e del merletto, uscito dalla tana anche grazie ai social media.

Per loro è imperdonabile tutta una serie di cose, evidenziate dopo, a posteriori, ma a partire da una in particolare che segna il discrimine: la cosidetta ‘ermeneutica della continuità’ riguardo al Concilio Vaticano II.

Essendo quest’ultimo ‘pastorale’, insomma, andrebbe interpretato in totale continuità con quelli che lo hanno preceduto: quasi un’ovvietà per chi si riempie la bocca di traditio (cioè di portare una cosa o un messaggio da un’epoca all’altra), ma non per certi campioni della sclerosi ecclesiale.

Questa cosa, questi ultimi non gliel’hanno perdonata: come potrebbero, infatti, costoro ergersi a ‘veri ed unici custodi’ dell’ortodossia e della tradizione se anche il Vaticano II non se n’è mai discostato?

Ora, leggo in un commento che la ‘beatificazione’ di Ratzinger (alla quale noi ben volentieri e commossi partecipiamo con il cuore e con la mente) non sarebbe possibile da parte dei fedeli, poichè a Dio è riservato il giudizio, da esprimere nelle forme canoniche.

Siamo certi che ciò avverrà e ci auguriamo che accada con le forme dovute.

La domanda che sorge, però, è questa: se questi sono davvero custodi della tradizione della Chiesa, se vogliono preservarla, come possono ignorare che, sin dai primi secoli e almeno fino alla prima canonizzazione da parte del papa risalente al 993, la procedura di proclamazione dei Santi fu episcopale o, quasi sempre, per la vox populi?

Come possono essersi scordato che il primo processo di canonizzazione non avvenne se non con San Galgano da Chiusdino, cavaliere poi penitente eremita morto il 30 novembre 1181, quello della famosa chiesa senza tetto e della spada sulla roccia che vedete nella foto?

Come possono trascurare che una canonizzazione non può che partire dalla fama di santità del canonizzando?

O -forse- la tradizione non è tale per chi rifiuta l’ermeneutica della continuità? Ci sta, insomma, l’eccezione?

La spada, insomma, è bene che rimanga riposta nella roccia: non sia mai che tagli qualche orecchio o magari qualche lingua.

A cominciare dalla propria.

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