quella linea…

I cimiteri moderni, di derivazione napoleonica, con il loro ‘portare fuori dalle mura’ la morte (o con lo sperare di portarla fuori), tornano a ricostruire le necropoli dell’antichità.

Sappiamo che questo dicktat napoleonico, giustificato da motivi ‘di igiene’, in realtà ne garantisce un solo tipo: la -presunta- ‘igiene mentale’ dei moderni, con il loro esasperato tentativo di allontanare il pensiero della morte e, con esso, il conseguente accedere a riflessioni religiose e, in particolare, cristiane.

Ma, nel provvidenziale che il buon Dio trae da ogni cosa, la condizione dei morti relegati in un solo luogo, non solo richiama alla mente l’inevitabile socialità umana, ma può ispirare altri pensieri, ‘obbedendo’ al Disegno che tutti ci accomuna, credenti e non.

Si pensi solo, andando per cimiteri come in questi giorni, all’effetto che può fare vedere una dietro l’altra, le immagini e le date di decesso di defunti delle più disparate epoche.

Il fatto che si trovino tutti lì, apre la mente ad una suggestione: è come se il tempo si sia arrestato per tutti in un punto ben preciso.

L’allocazione comune, insomma, sembra richiamare quel che accade sub specie aeternitatis, ciò che accade ‘dall’altra parte’ quando si muore: il venire a mancare improvviso di un quando e il ridursi tutti ad essere in un punto ed in un momento che non è tempo ma, appunto, l’eternità.

E’ come se ogni viale del cimitero rappresenti un segmento di una linea unica: quella oltre la quale non è ipotizzabile… un oltre. Una linea fatta di punti diversi nel tempo, ma unica laddove la si osservi dalla prospettiva dell’eternità.

E, valendo spesso quello che si pensa per il tempo anche per il concetto di spazio, è interessante notare che questo ‘darsi appuntamento’ per i più in un solo luogo, pare evocare l’idea di un avvenimento al quale tutti siamo stato o saremo chiamati.

Non certo la morte, ovvio, che accade altrove: ma, sempre dal lato dell’eterno, il ritorno alla vita.

Ritorno che le scritture apocalittiche descrivono come un evento a cui partecipano masse di uomini e donne; evento che non si vive certo da soli…

E, sempre su un piano paradossale, questa percezione sembra accrescersi proprio pensando ai cari morti più di recente: le loro fotografie che corredano il sepolcro che, da quando quel medium è stato inventato ed è diventato di utilizzo diffuso, si accompagnono e sovrappongono al nome dei defunti, quelle fotografie sembrano ‘finestre’ dalle quali possiamo pensare di essere osservati.

In fondo, peraltro, cos’è una fotografia se non il tentativo di ‘eternare’ la nostra immagine, il nostro volto, di renderlo visibile oltre il momento in cui non ci saremo più?

Così come la modernità, insomma, anche la tecnica si fa mezzo di un disegno e di una prospettiva: quella secondo la quale non è finita.

Neanche se varchi la linea che appare tracciata idealmente dalle foto in un cimitero.

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