una chiesa ‘prenuragica’

‘Riparata’ dopo il terribile incendio del 2019, la Cattedrale di Notre Dame a Parigi restituisce un volto più algido, dove la luce -contrariamente all’effetto precedente all’incendio- prevale imbiancando l’interno.

Ne risulta attutita la ‘resa visiva’ del senso del mistero che dovrebbe essere uno dei must in ogni chiesa: il chiaroscuro infatti proietta nell’occhio non solo la lotta fra il bene ed i male, ma anche il nascondimento di ciò che non è rivelato o ‘spiegato’ dalle forme dell’edificio di culto, attraverso statue, simboli, dipinti…

La luce adesso prevale, trionfante: per ‘reazione’ alla fuliggine che incupì gli interni dopo l’incendio? Forse, ma non solo.

E la luce impone la materia: le colonne con il loro stagliarsi, la potenza architettonica, l’opera umana, nascondendo -appunto- dietro l’abbacinamento il ‘pudore’ del lavoro umano davanti all’impoderabile, all’impossibile, all’impescrutabile che -appunto con l’oscurità- il gotico rendeva meravigliosamente.

Curiosamente, non sembra esserci più differenza fra il fuori e il dentro, entrambi appiattiti dalla luce.

I ‘lumi’ sono entrati, insomma, anche qui irrompendo…

E il senso di perdita della profondità, dell’insondabile, si proietta sul nuovo ‘altare’, sul monolite liscio deposto con il suo senso di angosciante solitudine al posto di quello precedente, andato distrutto.

Il risultato è la voluta ‘semplicità’ a cui si anela da decenni, riproposta ancora in queste settimane dalla semisfera benedetta a Berlino, nella Cattedrale di St. Hedwig. Un solido da manuale di geometria, che restituisce solo dati matematici (circonferenza, diametro e volume).

Questi due altari di questa Chiesa di oggi, insomma, non rendono nè vogliono alcuna ‘cultura’ nessuno ‘sforzo’ di ricavare dal Sacrificio che vi si compie sopra bellezza, simbolismo, messaggio elaborato, filtrato da sensibilità di un qualche artista.

Anzi, mi correggo, proiettano una sensibilità e una soltanto: quella ‘tecnica’, l’unica forma di ‘cultura’ oggi ammessa ed ammissibile, sposata come stadio terminale -ed interminabile- dell’infecondità del clero.

Il riflusso dell’edilizia e dell’arredamento ecclesiali verso l’eliminazione di ogni residuo culturale -magari per ‘lasciar spazio’ e visibilità alla ‘creatività’ dei cartelli catechistici, alle bandiere di ogni moda passata, futura o presente- potrà avere, però, un risultato insperato: focalizzare il Sacrificio come lo era alla ‘vecchia maniera’.

Il compiersi di un fatto cruento sull’uomo su una pietra, come nel periodo prenuragico.

E, può darsi, che da quel momento, si ritornerà a circondare quel Sacrificio di ‘cultura’.

Cioè, di una cosa che ha che fare col ‘culto’.

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