Fra le ‘ricadute’ del cristianesimo, quella che interessa i bambini e, ancor prima, i neonati è fra le più significative.
Si sa per certo che, in ogni antichità, gli infanti venivano fatti oggetto di scarsissima se non di quasi nulla considerazione: nel migliore dei casi, una ‘proprietà’ del Pater familias, come si verificava a Roma.
Non mancano gli esempi e, quindi, non mi dilungo.
Con l’avvento della Chiesa la prospettiva però cambia radicalmente, ed è tutto il corso dell’umano, dalla nascita (o, come dirò fra un po, dal concepimento stesso) alla morte a venire investito di una dignità nuova, di un senso profondo.
Certo è perchè Gesù stesso addita i bambini come ‘modello’ di un’apertura alla vita, al dono, allo stupore.
Ma è così perchè, sopratutto, il Dio dei cristiani si è fatto bambino, neonato e… concepito: il racconto della Sua parabola, insomma, non parte da un’età in cui Egli partecipa socialmente, ma sin dal momento (e, ripeto, ancor prima) in cui vede la luce.
Certo, le Scritture veterotestamentarie -altro fatto assai curioso per lo stesso Ebraismo antico, anch’esso poco tenero con gli infanti- preannunciano incredibilmente un bambino (‘ti sarà dato un Figlio’). E però -nell’incredibile e nel meraviglioso della scoperta dei Magi- certo andrebbe incluso il fatto che quei Re Sapienti trovarono, in fondo, ‘solo’ un neonato avvolto in fasce. E che questo ‘bastò’ a stupirli, a ‘riempirli’, a renderli così ‘grati’ da lasciare dei doni.
Dal primo Natale, insomma, è dato rinvenire una ‘pienezza’ che -finalmente- pare poter appagare l’essere umano. Al punto da renderlo meritevole, tutto, nessun giorno od ora della sua vita esclusi, di ricevere, rispetto, amore e dignità.
Una ‘pienezza’ che esplode ancora prima, in un modo misterioso, quasi istintivo ed ancestrale, nell’incontro fra le due cugine ad Ebron: il corpo ancora informe del Battista ‘sussulta’ -letteralmente, si muove all’improvviso, ‘salta’ dal basso verso l’alto, altro ‘segno’ di una dignità che aumenta, improvvisa- e la madre, Elisabetta effonde la prima lode verso Maria, alla quale quest’ultima replica con l’inno del Magnificat.
In quel momento, il senso, ogni possibile senso, pervade quella stanza: tutto torna, al punto che si acquisirà persino la certezza -intima, incrollabile-che ogni cosa -in futuro- ‘tornerà’ anch’essa. Il dialogo fra le due donne esprime una compiutezza della quale la gioia non è che un segno, il più entusiasmante, ma non il solo…
Con il venire alla luce, ‘alla società’ di quel Bambino, col parto ed in un momento di ‘ricapitolazione’ -quale era, sicuramente, quello del censimento romano- l’ondata di pienezza, di compiutezza, insomma, il senso stesso di tutto, che il Cristo porta con sè, investe la terra, investe la storia, investe l’umanità.
Nulla potrà essere più lo stesso, neppure i bambini, dopo quel Bambino.
Nulla potrà più ‘non contare’ o essere trascurato dell’umano.


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