Di quegli scampoli che, volutamente, NON ho visto dell’ennesima, stucchevole operazione narrativa e culturale sui nazifascismi che ci si attacca alla gola come al telecomando, credo sia un poco utile parlare dei momenti (tanti…) in cui il ‘nostro’ M buca la c.d. ‘quarta parete’.
I segmenti in cui il personaggio, insomma, si distoglie dalla propria storia per intraprendere con noi, indi -come direbbero gli studiati- ‘con la nostra coscienza’ (singola o collettiva), un colloquio diretto.
E’ probabile, azzardo, che sia l’espediente visuale attraverso cui l’essere metafisico -che, leggo da Wikipedia, nel romanzo parla in terza persona- irrompe nel nostro tempo, vi si proietta, con l’intento di interpellarci con la sua grottesca crudezza, con quel suo stereotipante fare e favellare.
M, insomma, come forse anche B (altro archetipo totemico di una cultura malata proprio perchè si crogiuola e si alimenta della sua stessa malattia), irrompe dalla sua vicenda umana e storia, bella e che finita dopo l’appendimento della ‘macelleria messicana’, divenendo una presenza eterna, inesorabile, che deve penetrarti fino a possederti, informando ogni tuo agire, sia esso cosciente, che un mero rantolo involontario o tic muscolare.
E così sei costretto, persino nel divano di casa tua, a doverti sentire ‘a disagio’, a ‘dover prendere le distanze’, ‘ad esecrare’ un tizio che, ridotto in fondo a fertilizzante per terreni, così si ‘eterna’ per sempre, perseguitandoti non meno efficacemente di come facesse l’OVRA.
Di quella persecuzione che, assumendo i tratti dell’ossessione, ti fa sentire (te, il tuo Paese e chiunque ti capiti a tiro, mentre M è presente) ‘colpevole’.
E così, al Dio cristiano che ogni credente dovrebbe tener presente nel cuore, i farabutti che da tempo campano, in politica come nell’industria culturale, grazie a questo menar di fantasmi, finiscono per sostituire il loro Demiurgo malvagio, l’M appunto.
‘Figli del secolo’ anche loro, come di qualcos’altro…


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