Oggi, nella memoria a noi carissima di Lourdes e di quel suo messaggio che conferma l’esitenza di una vita oltre questo nostro passaggio, oltre che il senso ultimo della sofferenza, oggi ho qualche scampolo di tempo per scrivere di un’esperienza assai curiosa.
Due processi, uno a quindici giorni l’uno dall’altro e due viaggi obbligati al Nord: Trento e Cuneo.
E, ciò che non era previsto, doversi fermare -per impedimenti nelle coincindenze dei voli- un giorno in più, rispettivamente a Verona e a Torino.
A Verona vive un mio carissimo amico e collega: la nostra amicizia (ormai più che ventennale) nasce grazie a Messori e, di fatto, abbiamo finito entrambi per ‘occuparci’, in modi diversi, di lui.
A Trento -nella Basilica di San Viglio dove si svolse quel famoso Concilio da cui dipesero le sorti della Chiesa Cattolica- ero intenzionato a confessarmi dopo troppo tempo dall’ultima volta. Ma un treno da prendere me lo ha impedito, come il signore che arriva prima di me pochi secondi prima.
Da Verona, ho l’occasione di andarea trovare a Desenzano Vittorio Messori, con il mio compagno d’arme e di mesteriere.
Inaspettata e non programmata, ho sentito questa visita all’inizio come il commiato finale: ma vederlo stare bene fisicamente, sorridere, scherzare; vederlo amato e seguito con cura e dedizione commoventi, mi ha fatto abbandonare questo sentimento di tristezza.
Ho vissuto quasi due ore di immersione bellissime a contatto con un Vittorio inedito per me: l’incedere di una delle sue malattie ha quasi come fatto ‘evaporare’ lo scrittore e l’intellettuale, lasciando esposta una tenerissima umanità.
Mi è stato dato il dono di qualche momento del quotidiano, con una persona che si approssima al suo momento (del quale, incredibile a dirsi, resta lucidissimo custode in consapevolissima attesa) con una serenità d’animo che non è solo il ‘risultato’ della sua malattia. La prova ne è data dal venir meno, quasi sempre, delle parole tranne che -appunto- per quel descrivere o attendere l’ultimo passaggio.
Merito, ovviamente di chi si occupa di lui -e prima anche della moglie Rosanna- da più di trent’anni: una persona che ho avuto la possibilità e la gioia di ringraziare, un dono per chi -come i Messori- non ha potuto avere dei figli.
Dal civico di via Ariosto, ho portato, ovviamente, anche alcuni ricordi: fotografie impresse nei pixel e nella memoria.
Il giorno in cui succederà che se ne andrà via l’uomo, dopo il ruolo, il carisma, e la preparazione di cui ha voluto fare dono a tantissimi, il sito di Messori che curo riporterà anche questo spaccato più intimo e quotidiano: stanze e foto.
A comunciare da quelle dei Santi non sul capezzale, ma dal lato in cui ci si volta da coricati, appiccicate al muro: Santi che prego anche io e che ritorneranno, incredibilmente, quindi giorni dopo.
Vittorio non si è ricordato di me, ma ad un certo punto, smuovendo qualcosa che faccio fatica a riferire, di punto in bianco si è ricordato di un pranzo con la mia famiglia, parlando dei miei figli. L’uomo che più di tutti ha influito su di me, senza il quale non avrei potuto essere il credente che sono, si è ricordato grazie a ciò che ho di più caro…
Il giorno fra Desenzano e Verona, anche per aver visto la famiglia a noi cara del mio amico, resterà sempre nel mio cuore, ma è stato ‘preparatorio’.
Già, cogliendo la ‘coincidenza’, avevo pensato di dedicare le ore di Torino, dopo quindici giorni, a tappe ‘messoriane’.
Ma è solo a posteriori che un camminare per chilometri, in un pomeriggio freddissimo ed al limite della pioggia, mi ha fatto ripercorrere, letteralmente, i passi di Vittorio: quel camminare che amava, da giovane, per vedere luoghi e persone, nella Torino del dopoguerra, poi del boom e -infine- in quella scoperta, con ‘occhi nuovi’, dopo la conversione.
La Torino risorgimentale, ricoperta delle vestigia di capitale del nuovo Regno, con la sue piazze immense e collegate. La Torino dell’innovazione, sede dei primi studi della RAI, all’avanguardia nella nuova frontiera della narrazione mediatica ad uso delle masse da ‘incanalare’ nel processo di ‘fare gli italiani’, dopo aver ‘fatto l’Italia’.
La Torino angosciante di Piazza Statuto e di quel ‘angelo’ con la stella a cinque punte sopra il capo, che si erge su uomini attaccati a pietre nere. La Torino dei negozi esoterici che cerco di superare in fretta in preda ad un’irrazionale ma realissima stretta di cuore.
Un passaggio quasi ‘obbligato’ per raggiungere una delle mie mete: la Chiesa di Nostra Signora del Suffragio e Santa Zita a San Donato. Il luogo voluto dal Beato Faà di Bruno, nel quale entro per … il suono al citofono e per una suorina minima che mi accompagna per i dieci minuti che mi servono per potermi inginocchiare davanti ai resti del ‘mio’, del ‘nostro’ Beato al quale io e Vittorio abbimao voluto affidare il sito intenet dello scrittore.
Uscendo giro per recarmi al liceo D’Azeglio, sede delgi studi torinesi di Messori, ma una ‘forza’ mi dice di fermarmi e andare verso la direzione opposta, di non perdere l’occasione di visitare il Santuario d Maria Ausiliatrice, il centro della spiritualità salesiana ed il luogo in cui esposto Don Bosco.
E’ la ‘mia’ spiritualità, legata profondamente a Messori e Faà di Bruno (che serviva messa a Don Bosco); ma quello che non mi sarei mai aspettato, entrando quando c’era la messa e in attesa che finisse per poter visitare e fotografare la Basilica, è che dentro fossero aperte (in vista dell’imminente … festa di Don Bosco), le confessioni.
Quindi… quella confessione ‘impedita’ a Trento, l’ho accolta Torino, nel luogo in cui Don Bosco stesso ha confessato chi sa quante anime, grazie a un suo Figlio: e le cose che mi ha detto quale religioso non sono state affatto ‘banali’, anzi…
Al ritorno in albergo, col ricordo anche della Sindone -davanti alla quale ho potuto anche inginocchiarmi- passo dal Santuario della Consolata e lì trovo appena inizata la messa, vissuta dopo lunghi mesi, in grazia di Dio.
E così si sono compiuti i quindici giorni più inattesi e belli di quest’ultimo periodo: un po’ obbligati, un po’ voluti.
Certamente, molto ‘guidati’…


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