e nolan continua a sfuggirci…

Tempo fa azzardai una articolata “teologia del Cavaliere Oscuro”, ricavata dalla visione -ripetuta quasi all’ossessione- dell’allora coppia di films sul Batman di Christopher Nolan, il regista britannico di Incepion e Memento.

Per chi vorrà riprendere il filo del discorso ed affrontare queste righe, sarà bene riprendere il mio post di allora.

Nel frattempo, e quattro anni dopo, è cresciuto il mio interesse per un regista difficile da inquadrare sia personalmente che nelle sue realizzazioni.

Un dato è certo: la mia analisi cattolicamente orientata -da fan-geek, probabilmente- su Batman Begins e su The Dark Knight non era poi così avventata: fior di riviste cattoliche online, sopratutto negli States, si sono cimentate con il complesso cinema nolaniano, senza peraltro trascurarne questa (fondamentale) parte ispirata al fumetto di Bob Kane.

Non nego che queste analisi fossero imperniate sugli aspetti morali che emergono, senza dubbio, in una produzione molto celebrale, ricca di tematiche, spesso difficili da cogliere nella spettacolarità e nella perfezione tecnica delle immagini, nel ritmo del montaggio, nella freneticità della sceneggiatura.

Letture, ovviamente, legittime e corrette: ma diverse dalla mia, più imperniata su quello che ho sempre considerato una sorta di sottofondo metafisico in uno sguardo che non è solo della morale, ma della realtà umana nel suo complesso.

E, mentre leggevo queste recensioni, la curiosità (spinta dall’indomabile istinto di aver indovinato e di aver avuto ragione che spesso ti prende in questi casi…) mi ha portato a cercare di capire le origini del Nolan uomo, oltre che autore e cineasta di grande talento ed ambizioso respiro.

Ho scoperto, così, che è stato educato in una scuola cattolica, vicino Londra, cominciando ad assaporare il gusto della vittoria che dicevo. Fino a che….

Fra la prima e la seconda visione del capitolo finale di questa trilogia dell’Uomo Pipistrello, The Dark Knight Rises (tradotto maldestramente e rozzamente in Italia con “Il Cavaliere Oscuro, il Ritorno”), ho beccato un’intervista italiana, uscita in occasione della proiezione di Inception nel 2010, di una fonte un po’ frivola: Vanity Fair.

All’ultima domanda della giornalista proprio sulle “letture” più “bizzarre” date, in genere, ad Inception, Chris Nolan ha così risposto: «Quella cattolica. Molti si sono stupiti che, sebbene sia stato educato da cattolico, oggi non lo sono più. Il film parla di senso di colpa, redenzione, fede, quindi, per molti, sembrava ovvio che avessi voluto fare una parabola. Non è così, anche se, certamente, il film pone delle domande universali: che cosa è reale? Come ci si sente alla fine della vita?».

Dando per scontata una certa “stranezza” della domanda (e della trascrizione-traduzione italiana della risposta: chi mai si stupirebbe per la dispersione di una educazione cattolica?), il senso pare abbastanza evidente. “Abbastanza” perchè di certezze assolute, su Nolan, non è possibile e non conviene averne: non ne ha date mai, alieno com’è ad ogni gossip, ad ogni tipo di esibizione della propria vita privata e delle sue vere convinzioni.

Siamo onesti: avevamo già intuito che qualcosa non quadrasse. Un cattolico convinto, in genere, lo è esplicitamente se non quasi in modo esibito. Anche se a Nolan (ed alla moglie Emma Thomas, che gli ha dato ben quattro figli) non mancherebbero gli alibi: a Hollywood una simile “esibizione” non verrebbe facilmente perdonata.

Tuttavia, il regista anglo-americano non è certo un paladino della politically correctness, come molti suoi colleghi. Insomma, il suo profilo pubblico era e resta ancora troppo basso per poter azzardare una qualche appartenenza (ovvero escluderlo completamente).

Tanto più che, dal pezzo d’intervista appena riportato emerge subito un’altra ambiguità: le tematiche di Inception sono quelle, come riconosce lo stesso regista. E lo sono, certamente, anche nella trilogia del Cavaliere Oscuro e nella sua conclusione, da un po’ di tempo nelle sale italiane.

Vorrà quindi perdonarmi il lettore -da me avvisato su tutto, com’è giusto e doveroso- ma mi trovo a dovere insistere: troppi, nell’ambiguità, i riferimenti, gli incastri, i temi e le suggestioni evocative anche in questo film, come nel complesso della trilogia, per lasciar perdere, anche con le superiori premesse.

Troppi, a cominciare dalle fasi della lavorazione, da quanto emergeva da rumors poi confermati. Troppi nelle scene del film. Troppi nei messaggi fatti passare e in un finale che s’incastra, verrebbe da dire, perfettamente con l’inizio del primo film. Troppe cose, insomma, da non lasciare il tutto lì a prestarsi ad altre interpretazioni, morali, politiche, sociologiche che fossero.

E, così, eccomi qua, nuovamente -Nolan volente o nolente- ad estrapolare suggestioni per chi vorrà condividerle, anche solo per leggerle.

Do per scontata, come l’altra volta, la visione del film (o, meglio, le visioni del film perchè, per Nolan, ce ne vuole spesso più di una) e, quindi, della trilogia, e parto da due degli spifferi -confermati- della lavorazione.

Il film è inspirato al Racconto di Due Città di Charles Dickens: Jonan Nolan, fratello di Chris e sceneggiatore del film, ha proposto al regista il canovaccio del romanzo (il più letto e venduto di sempre) dello scrittore cattolico inglese, ambientato durante la Rivoluzione Francese. Questo nel duecentesimo anniversario della nascita di Dickens…

E da quel romanzo è preso questo splendido passo, un moderno “salmo”, che James Gordon recita davanti alla tomba di Bruce Wayne, alla fine del film.

‘Vedo una bella città e
un popolo che risplende
rinascere da questo abisso … ‘

‘Vedo le esistenze per le quali ho dato
la mia vita, pacifice, utili,
prospere e felici … ‘

‘Vedo di aver costruito un santuario
i loro cuori e nei cuori dei
loro discendenti, e delle generazioni
di qui a venire. È di gran lunga migliore
cosa che faccio, che abbia mai
fatto … ‘

‘Vado ad un riposto molto migliore di quanto io abbia mai conosciuto. ‘

Dickens -e Nolan- contrappongono la Rivoluzione (questo stato dell’animo umano, prima che una ritornante tentazione della storia) alla Risurrezione. Contrappongono il progetto sociale, imposto con la forza e con la paura, ad un progetto di revisione e di ascesi personale che, lo vedremo, non prescinde dal sacrificio di ciascuno e di tutti e non prescinde dalla fede.

Ci ritorneremo.

L’altro aspetto della produzione è l’ambientazione prevalente del film nella città di Pittsburgh, una sorpresa.

Per una curiosa (e suggestiva) coincidenza, apprendo -dalla lettura dell’ultimo libro di Rosanna Brichetti Messori- che Pittsburgh è la città nella quale è nato il Rinnovamento nello Spirito, nel 1967.

E, per un’altra coincidenza, il tema ricorrente della campagna di promozione del film è “the fire rises”, il fuoco si solleva. Il fuoco, certo, provocato dalle esplosioni provocate da Bane nelle fogne di Gotham.

Ma anche quello che illumina -col simbolo del pipistrello- la città, dall’alto della campata di uno dei suoi ponti, nella notte di legge marziale in cui Batman-Bruce fa ritorno nella sua città dopo la fuga dal pozzo in cui il suo nemico l’ha sepolto vivo.

Proprio questa identificazione fra Bruce e Gotham, fra uomo e città dell’uomo, è una delle cose più intense del film. La minaccia (e la punizione) di Bane percorrono un binario attraverso il corpo e lo spirito di entrambi, dell’uomo e della città. Mentre Bruce, uscito con la schiena rotta dal primo scontro con il mercenario, viene calato nel pozzo dal quale è impossibile scappare, Gotham è resa una grande prigione dalla quale nessuno può fuggire, sotto la minaccia della bomba nucleare armata dal dott. Pavel. Bane, tuttavia, da ad entrambi una “speranza”, che però serve ad “avvelenarli”, a rendere più dura la loro condizione: per Bruce è quella luce in alto, l’imbocco del pozzo; per Gotham è la “rivoluzione” proclamata da Bane, contro la corruzione e la menzogna del Dent Act.

Sono entrambe vie che celano il vero esito: la morte e la distruzione di entrambi, secondo i dettami ed i fini della Setta delle Ombre. La rivoluzione di Bane nasconde la rovina della città. E qui Nolan lavora di fino anche con i costumi e i toni del suo villain: facendo ingresso nella Borsa valori di Gotham, Bane indossa un giubbino con due strisce laterali che richiama una foto di Che Guevara; lo stesso Bane, invece, attacca la prigione di Blackgate -un vero e proprio richiamo alla Bastiglia che pure è presente in Storia di due Città- con un cappotto di montone a collo altissimo e stile settecentesco (un po’ come tutti i banners pubblicitari del film). Nel discorso davanti a Blackgate, Bane -impersonato da un impressionante Tom Hardy- adotta un’inflessione mussoliniana (o hitleriana) e punta dritto contro la corruzione.

Ne nasce -in un regime di terrore, saccheggi, violenze- una corte marziale improbabile, in cui la condanna è il solo sbocco con due apparenti alternative: l’esilio o la morte. Apparenti, perchè l’esilio comporta attraversare il fiume ghiacciato rischiando di venire risucchiato. L’esilio, per Nolan, raffigura quindi un diverso tipo di morte, quella sociale, che ti annienta, eliminandoti dal contesto sociale nel quale vivi, se non ti adegui al nuovo ordine ed al suo linguaggio.

Il tutto è una menzogna ben peggiore, perchè alla fine di questa rivoluzione c’è la morte sicura: dello spirito, nell’homo homini lupus scatenato dalle rivalse attizzate da Bane e, quindi, come “logica” conseguenza, come constatazione inevitabile (da far sorbire a quel “traditore della vera giustizia” che è Bruce Wayne), la morte fisica, la punizione inesorabile, l’annientamento della città attraverso l’arma nucleare. Non si tratta, ovviamente, di evitarne una assaggiando l’altra: prima o poi arriveranno entrambe, poiché il disegno è l’annientamento totale.

Qui s’innesta un parallelo, che va ben aldilà degli attori e dei personaggi delle strisce d’origine, fra il Joker di The Dark Knight e il Bane di Rises.

Evidente sin dai rispettivi prologhi dei due film, che Bane è l’opposto estremo rispetto al “Clown del crimine”: laddove quest’ultimo elimina tutti i suoi complici -dal primo all’ultimo- con l’inganno, esprimendo una superiorità da solitario nichilista, il mercenario addestrato dalla Setta delle Ombre sacrifica un suo sodale facendo perno, per contrappunto, sulla sua dedizione alla causa, al piano che, per Bane, è tutto ciò che conta, la sola cosa che conti. Al contrario del Joker che non ha piani, ma che si diverte a sventarli.

Le due figure di villain non potrebbero essere più agli antipodi: eppure sono ugualmente letali. Il caos imposto da Joker con la sua imprevedibilità è pericoloso per Gotham tanto quanto il nuovo, rigido ordine imposto con la forza da Bane.

Ritornando a Rises, per insinuare questa menzogna, per avvelenare Gotham, Bane ne manipola un’altra: il mito di Harvey Dent costruito da Gordon e Batman alla fine di The Dark Knight per far fallire il piano di Joker.

Nolan non poteva lasciarsi indietro un’ombra come quella sopra i suoi eroi: quella bugia “nobile”, che comportava un giudizio sulla vita del procuratore trasformatosi in Due Facce, stava in piedi sul sacrificio di Batman, sul “suo farsi peccato”, addossandosi i crimini di Harvey.

L’inizio del film, infatti, esplora proprio le devastanti conseguenze su Gordon e Bruce del loro accordo: la città ne gode, svuotata dai criminali imprigionati nel nome di Dent, ma loro sono distrutti personalmente. I demoni, pronti a rinfacciare loro quel peccato, si materializzano: neppure un peccato a fin di bene può essere perdonato. Neppure se esso è solo lo spurgo della nostra fallace, inadatta, insufficiente giustizia; neppure se esso è il prezzo della nostra natura imperfetta, merita -per un demone (Ras ‘al Gul, il capo della setta delle Ombre, precipitato da Batman in Begins, significa la “Testa del demone”)- di essere perdonato o capito.

Tutto è “corrotto” e “merita” distruzione: Robespierre lo “sapeva” bene…

In questo gioco di “parallelismi”, ben si staglia -tratteggiato appena, per esigenze di copione e dei relativi colpi di scena- la figura di Miranda Tate – Talia ‘al Gul, alla quale viene affidato un canovaccio inquietante: delle ideologie “rivoluzionarie”, Talia incarna quelle ecologista, sia pure in salsa nucleare. Ma, in fondo, la sua è la personificazione della seduzione, di un “percorso” alternativo verso la rovina.

Per Bruce, l’invito -dopo la sua bancarotta e dopo una notte d’amore con Miranda- a prendere l’aereo di lei e volare via, quella sera stessa, non poteva che condurlo, per la porta larga, alla stessa rovina del pozzo riservatagli da Bane con la violenza. Persecuzione e seduzione, infatti, conducono entrambe alla rovina. La seconda, però, rivela la sua nefasta china alla fine: il dolore non è meno grande, anzi è acuito dalla consapevolezza dell’inganno, della fiducia mal riposta. E’ davvero, come sibila Talia dopo aver accoltellato Bruce, il coltello che attende da tempo e che penetra nel profondo, facendo più male.

Restano, infine, due temi da accennare.

Il filo rosso che collega i personaggi di Rises è la condizione dell’orfano. Bruce Wayne, naturalmente, lo è. Ma lo è Talia al Gul, come John Blake, il poliziotto che intuisce proprio da questo che il milionario di Gotham è in realtà Batman.

E, in questo film, Alfred -il maggiordomo, padre putativo di Bruce- a un certo punto sparisce, se ne va. Non prima di avere, lui stesso, fatto lo scarico di coscienza, riferendo a Bruce la verità sulla scelta di Rachel Dawes di non volerlo sposare, per stare con Harvey Dent. Alfred va via perchè non vuole vedere morire Bruce e si eclissa. Ma la scena che segue l’abbandono è alquanto strana: Bruce si sveglia e, nonostante Alfred sia andato via la sera prima, lo cerca in una casa ormai vuota. Curiosa anche la condizione di Bruce in questo domani senza Alfred: ha perso tutto, ricchezza, potere, la sua compagnia, evaporata dopo l’attacco di Bane alla Borsa di Gotham. E’ rimasto senza nulla eppure, da sé, senza quella fede che Alfred vede nella immagini di Bane che combatte, pensa di poterlo sconfiggere da solo.

Ne viene annientato, per essere confinato in fondo al pozzo (è un richiamo al cosiddetto Pozzo di Lazzaro dei fumetti), prigioniero di Bane.

E lì, di colpo, appare uno strano personaggio che si prende cura di lui: un anziano prigioniero che lo serve, che lo nutre (come Alfred…), che lo informa sulla leggenda dell’unica persona che è riuscita a scappare dal pozzo, l’innocente.

E, quando tenta di scappare, non riuscendoci, un altro personaggio gli rivela che il modo in cui l’ha fatto l’innocente è senza la corda che, in caso di fallimento dell’ultimo salto, avrebbe potuto salvagli la vita in caso di caduta nel vuoto.

Scalare il vecchio pozzo, arrivare all’ultimo, durissimo salto, senza corda è un suicidio annunciato: comporta un atto di fede, proprio quella fede che Bruce sembrava aver perso.

Una fede che solo la paura della morte riesce a svegliare…

La luce, a quel punto, diventa protagonista.

Nolan abbatte il suo eroe portandolo nelle fogne di Gotham, mostrandoci un Bruce che fa da solo, trascura Alfred fino a perderlo e sbaglia tutto: tradito da Selina, affronta Bane in un duello che finisce al buio. Ma le tenebre, dice Bane, sono sue alleate, egli le conosce meglio di Bruce perchè vi è nato, perchè lo hanno “formato”. E’ chiaro che Batman, da uomo solo, non può più affrontarle.

La salita ed il salto di Bruce dal profondo del pozzo alla luce, modifica la stessa illuminazione del film: vediamo, infatti, Batman affrontare l’ultimo combattimento con Bane, come mai prima d’ora, alla luce del giorno, anzi, dell’alba.

Il secondo spunto che voglio approfondire prende corpo nel finale.

Nolan non ci prende in giro: Batman e Bruce Wayne “muoiono” davvero.

Lo sguardo del supereroe a pochi istanti dall’esplosione è davvero quello di chi si sacrifica. Sacrifica tutto. Tutto quello che ancora non aveva dato a Gotham: se stesso la propria storia, la propria vita, la propria identità. Dopo che, nel Cavaliere Oscuro, Batman aveva immolato la sua reputazione.

E’ lo sguardo di chi sa che è finita; di chi sembra pensare ad una vita che non ci sarà più, mai più.

Davanti ad una tomba (vuota…), riappare Alfred che piange con lacrime vere -dopo l’elogio funebre di Gordon, con il pezzo di Le Due città che citavamo- la dipartita di un figlio.

Molti indizi, dopo, ci confermano che però Bruce è vivo.

Ma l’unico a vederlo, l’unico a poter posare il suo sguardo su di lui e ad esserne visto, è proprio Alfred, nel caffè di Firenze dove -all’inizio del film- lo stesso maggiordomo-padre avrebbe voluto incontrarlo, avrebbe sempre voluto che fosse.

Non c’è bisogno di parole, basta un cenno sorridente tra i due.

Per Nolan, lo sguardo del padre sul figlio (e del figlio sul padre), si materializza in un caffè della città di quel Dante il cui inferno, ben prima di questa scena finale, abbiamo visto “disegnato” nelle scalinate della prigione in cui Bruce è rimasto rinchiuso.

Per Nolan, il paradiso è la Firenze del Poeta?

Non lo sappiamo né, forse, lo sapremo mai.

Sappiamo però che la scena più emozionante di questo film è, ancora una volta simmetricamente, il perfetto incastro della prima scena di Batman Begins: un bambino ed una bambina, un uomo e una donna, lì, si contendono una punta di freccia antichissima, archetipo degli inizi dell’umanità e della violenza che, da subito, li divide.

La donna, Rachel, riporta all’ideale della vera giustizia l’uomo che ha tradito l’una e l’altra.

In quest’ultimo film, nella donna che lo ha tradito, Selina Kyle, Bruce Wayne continua a credere (“c’è di più in te”): ed, alla fine, lei lo salva.

Alla fine, dopo l’apocalisse, lei torna con lui, in un caffè di Firenze, sotto lo sguardo di un padre.

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