dietro la ‘porta di bronzo’: uno scambio con umberto eco sulla morte e i suoi dintorni

Come molti sapranno, Umberto Eco si è spento ieri a Milano a 84 anni. Vittorio Messori mi ha mandato, come sempre in anticipo, il testo che dovrebbe essere pubblicato sul Corriere della Sera lunedì prossimo. A me prudono le mani e me lo lascio qui “sfuggire”, in anticipo per chi legge sul mio diario di Facebook, per svariati motivi. Il primo è il dibattito, complesso e spigoloso, sulla figura di Eco in una prospettiva cattolica: molti lo ammirano e lo considerano, a ragione, un vero punto di riferimento per la cultura italiana; altri, altrettanto a ragione, si soffermano su alcune delle sue ‘uscite’ (dalle vere e proprie forzature e falsità storiche del suo capolavoro, ‘Il Nome della Rosa’, delle quali era ben consapevole e cosciente, peraltro; al suo ingeneroso, sprezzante e poco argomentato giudizio sulle capacità filosofiche e teologiche di papa Benedetto XVI). Il punto di vista di Messori mi sembra il più equilibrato. Il secondo consiste in un pensiero (abbastanza cattivo, lo confesso) che mi ha perseguitato per tutto il giorno: morto Eco, proprio Vittorio Messori rimane l’unico scrittore italiano vivente il cui libro (‘Ipotesi su Gesù’) è più venduto e tradotto al mondo. Il defunto, infatti, con il suddetto “Il Nome della Rosa”, deteneva con Vittorio questo singolare primato. Il terzo ed ultimo motivo di questo “anticipo” sta tutto nell’articolo: ed in quel terribile mistero, nobile come pochi, della perdita della fede da parte dello scrittore e studioso alessandrino. Terribile, perchè quell’apostasia così esplicita, dichiarata resta un fatto raro e clamoroso, per chi era fra le punte di diamante (come spiega Messori bene nel pezzo) del cattolicesimo sociale degli anni ‘60. Nobile perchè Eco non nega per nulla che, dietro quell’apostasia, sta una ragione personalissima, irrazionale e neanche troppo definita che lo stesso semiologo ha voluto poi “corroborare” con argomenti contro-apologetici ‘razionali’. La fine dell’articolo -che riprende e sintetizza il lungo colloquio di Vittorio con Eco, confluito in ‘Inchiesta sul cristianesimo’- è poi un bell’approccio alla visione che lo scrittore scomparso aveva della morte. Ne parlò senza filtri o ritrosie, perchè ci aveva pensato. E saper pensare alla propria fine ci rende sempre più uomini, nel senso nobile ed alto del termine. di Vittorio Messori Incontrandolo, intervistandolo, leggendolo, non potevo sfuggire a una sorta di rammarico. Proprio perché molto ne ammiravo l’intelligenza, la cultura, lo stile , l’ironia, il savoir vivre sentivo (e glielo dissi anche, una volta , ricavandone un sorriso enigmatico), sentivo il dispiacere del credente davanti a un uomo che ti parlava della sua <<definitiva apostasia>> da ogni fede religiosa, a cominciare ovviamente da quella cattolica. Un giovane che fu tra i dirigenti della Giac, la gioventù di Azione Cattolica, che sino all’università si nutrì di credenti antichi e moderni, un uomo da comunione quotidiana e da confessione settimanale e che scelse san Tommaso per la sua tesi pensando alla fede da difendere e non a una laurea da conquistare. Ed ecco che invece dello straordinario apologeta del cattolicesimo, dello scintillante polemista che i credenti avrebbero avuto in dono, ecco che dall’ateneo torinese uscì l’Umberto liberal. Un Eco divenuto sì apologeta, ma prima dell’ agnosticismo e poi – come ammise – di un relativismo ateo (nomina nuda tenemus), affermato con la consueta leggerezza dall’apparenza svagata ma in realtà non scalfibile. La delusione, non mi ha impedito, per quanto mi riguarda, l’affetto sincero e ora il dispiacere perché non avremo più battute come quella che gli sentii dire nel nostro primo incontro: <<Se Pascal abitasse nel mio condominio ci saluteremmo con educazione ma non ci frequenteremmo proprio. Se, invece, sul mio pianerottolo ci fosse Tommaso d’Aquino, alla sera giocheremmo a briscola ma finiremmo per litigare e andare per avvocati. E magari mi denuncerebbe alla Digos per sospetto di terrorismo>>. Per una mia “inchiesta sul cristianesimo“ (il titolo del libro che uscì da molti dialoghi, soprattutto con ex credenti, per capire le loro ragioni) passammo insieme un pomeriggio milanese di cui approfittai non per parlare genericamente di cultura ma di fede, di vita, di morte. A lui che conduceva il discorso verso la filosofia, replicai di lasciare le schermaglie verbali e di venire al concreto. La scommessa per Dio o contro Dio nasce più dal vissuto esistenziale che dall’argomentare teorico . Per quali motivi (ammesso che sia in grado di decifrarli) uno che abbracciava il Vangelo – e con tanto fervore – come il giovane Eco, decide di ritirare la sua speranza nel Cristo? Mi parve, con tutto il rispetto, che gli argomenti della sua risposta non sfuggissero al sospetto di essere stati elaborati post factum, per razionalizzare un ripudio venuto dal cuore e dalla vita più che dalla ragione. Glielo dissi. Fu pronto a replicare, con sincerità: << Le concedo volentieri che, qui, qualunque “prova“ o ragionamento serve solo a convincerci di ciò di cui già siamo convinti. E’ vero: l’aspetto razionale non basta a spiegare la mia storia. Ma non basta neppure quello biografico. Altri che hanno avuto vicende simili alla mia sono rimasti credenti. Mi è parso che la perdita della fede sia stata come l’interruzione di un circuito elettrico. Le cause vera, profonde? E chi può dirlo ? >> . Parlammo della morte: un dramma che, mi disse, viveva nella carne, da quando suo padre morì in modo inaspettato. << Sono passati tanti anni da allora ma ci penso ogni giorno. Io non cerco, alla Freud, di vendicarmi di mio padre ma di vendicarlo. Anche da qui il mio darmi da fare sul piano professionale. Io, un collezionista di onori come qualcuno dice? No, uno che vuol dare al suo genitore le soddisfazioni che sperava di avere da suo figlio e che non ha avuto>> . Eco, gli chiesi, dov’è suo padre? dove sono tutti i morti? dove saremo noi pure? Rispose: << Al di là di quelle porte di bronzo c’è il caos, il buio. Oppure c’è il Nulla o un deserto piatto e desolato, senza fine>>. La morte, gli ricordai, è la scommessa per eccellenza, aperta a molti esiti possibili. E se avessero ragione coloro che dicono che sarà Gesù il Cristo a venirci incontro? Non sembrò esitare, come chi ci ha più volte pensato: << Senta, se per caso quel Nazareno c’è davvero e vuole imbastirmi un processo, gli dico più o meno le cose che sto dicendo a lei: ho ragionato così e così e sono giunto alla conclusione che non eri tu ad aspettarci. Credo che potremmo giungere a patti ragionevoli. Se invece è il Dio crudele e vendicativo di certe sette protestanti, allora meglio non avere a che fare con lui. Mi mandi pure all’inferno , dove almeno c’è gente per bene>>. Una pausa e poi : <<Ma guardi che sono convinto che se davvero un Dio ci fosse, sarebbe quello di quel san Tommaso con il quale in vita avrei litigato ma che era un uomo col quale, malgrado tutto, sulle cose che contano si poteva ragionare>>. Ora, pure Umberto Eco <<sa>> . E al rispetto che da parte di ognuno merita una vita tanto operosa, i credenti , con discrezione pari alla convinzione, aggiungeranno una preghiera davanti a una bara per la quale – con coerenza, senza ipocrisie – non si è voluto una presenza religiosa .

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *