C’è qualcosa, nella ricostruzione evangelica del passaggio di Gesù dal Pretorio, che richiama tanto questi giorni.
La consapevolezza che il potere ormai è diventato -per chi lo esercita- un fastidio, un peso insopportabile, dal quale non è più possibile ricavare un gusto che sembra non interessare più.
Intendiamoci, per chi esercita oggi il potere, più di un aspetto gratificante esiste: la ‘visibilità’, gli annessi e connessi in termini di agiatezze e di vantaggi pratici.
Ma quel ‘core business’ che è il decidere, l’assunzione di una responsabilità di propria iniziativa e con intima determinazione, appaiono un lontano ricordo.
Il lato nobile del potere, quel sentirsi investiti del destino altrui; quel sentirsi -in questo- ‘simili a Dio’; questo, ormai, non pare interessare più e pesa, poichè, inevitabilmente, nella funzione che svolgi sei chiamato a farlo.
Eppure, proprio questo, rendeva il fascino del potere irresistibile.
Tutto ‘corroso’, tutto dissolto, con un corollario che proprio il comportamento di Pilato nel suo ‘giudicare’ Gesù sembra rappresentare come una profezia di questi nostri tempi.
Assistiamno oggi, a leaders europei che procrastiano decisioni, che si parlano (e ci parlano) addosso sul da farsi senza farlo; a managers pubblici e privati che abbandonano con laute buonuscite dopo aver inciso poco o nulla (se non per aver saputo profittare di altri benefits); a decisioni impopolari rimandate sine die, sia pure nella consapevolezza di un baratro economico e finanziario sempre più vicino.
Il tutto -ed è questo il corollario- mentre queste stesse leaderships fanno a gara a farsi ‘interpreti del sentimento della gente”, affannandosi a ‘rassicurarci’ in vari modi, in un apparente trionfo demoscopico.
E’ la stessa scena di un patetico Pilato che dapprima esibisce all’innocuo Nazareno che gli sta davanti i muscoli della sua funzione, dei poteri di cui è formalmente investito (“sai che ho il potere di metterti a morte”) e che poi se ne sgonfia totalmente, inventandosi la trovata della decisione -vigliaccamente ‘magnanima’- di… far decidere al popolo.
Un popolo oppresso col tallone d’acciaio di Roma, represso a fatica, viene così grottescamente chiamato a stabilire se un falegname galileo dovrà essere preferito al sobillatore Barabba.
E c’è, nel film di Zeffirelli che rappresenta questa scena, lo sconforto di un capo dei soldati romani che, appreso l’esito di questo sondaggio (drogato da chi ha saputo gridare di più e più forte fra la folla), si rivolge al suo capo dicendogli che i soldati e l’esercito non avrebbero capito il perchè delle liberazione di uno che aveva cercato di uccidere tanti di loro.
Non avrebbero capito perchè, avendo tanto potere,il Capo si è sognato di ‘sprecarlo’ così…
E, nel film, Zeffirelli s’inventa un enigmatico personaggio -Zera- che intreccia la sua rete dietro questo trionfo dell’irresponsabilità, del lassismo, del non decidere, che fa da sfondo alla Passione. E’ l’unico il quale decide per tutti senza però che mai riusciamo a leggere o percepire le sue decisioni.
Un potere anonimo, insomma, che guida gli avvenimenti senza essere visto, un potere che anch’esso appare senza responsabilità, ma solo perchè esso non si fa vedere, perchè pensiamo che esso non esista davvero.
Un potere che Gesù vede: quello delle tenebre.


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