Da domenica siamo entrati nella Settimana Santa. E’ già indicativo: non una sola ora, non un solo giorno, ma uno scandire di tempi e di luoghi diversi, in ricordo di avvenimenti distinti ma concatenati. Tutto evoca un ‘procedere’: l’ingresso di Gesù a Gerusalemme; la preparazione della mensa dell’Ultima Cena e la quasi contestuale trattativa sul prezzo del tradimento fra Giuda e i Sinedriti; il Getsemani, in cui avviene un’inedita e tragica preghiera per passi e cadute del Cristo; il primo processo, appunto, preparato dall’arresto, istruito e celebrato davanti ai Sommi Sacerdoti; il secondo processo, condotto da Pilato; la salita del Calvario fino all’innalzamento sulla Croce. ‘Pasqua’, del resto, è ebraicamente ‘passaggio’, ‘attraversamento’ da un ‘qua’ ad un ‘là’, da un ‘prima’ ad un ‘dopo’. Pasqua è sviluppo di spazio e tempo, è storia nella storia, lembo di terra dopo lembo di terra. Non c’è nulla di più connotativo della condizione umana; nulla che possa rendere chiara la nostra schiavitù nella finitezza: l’essere ‘spazialmente’ e ‘temporalmente’ limitati, condizionati e definiti. Cosicchè, per uno strano paradosso, la deposizione del Corpo nel Sepolcro è già, con la sua quiete, col suo silenzio, con l’interruzione del tempo del vivere e del muoversi, ‘tutt’altro’. ‘Tutt’altro’ perchè è davvero un ‘non essere’. Eppure, i Vangeli (e la stessa parola del Cristo), dopo questa interruzione e questa ‘quiete’, prefigurano un nuovo tempo scandito: tre giorni, prima che Colui che credono tutti morto, si dilegui dal sepolcro. Non subito, appena constatata la morte, appena deposto il Corpo, appena chiuso l’ingresso con una grossa pietra. Ma dopo ‘tre giorni’: un altro ‘tempo’; per un altro ‘movimento’? La fede assicura di sì, parlando di una discesa agli inferi, di una estensione invisibile -ma non meno efficace- della potenza redentiva della Passione; di un recupero di un altro ‘tempo’, il passato, il ‘prima di Cristo’, di altre vite, di altri ‘tempi vissuti’ e di altri ‘percorsi’, ormai apparentemente ‘perduti’. Un brevissimo tempo, tre giorni, per ‘riscattare’ abitatori di secoli, millenni… Poco tempo, però: il Sacrificio è già stato compiuto. Poco, ma pur sempre del ‘tempo’, a significare, ancora una volta, il combinarsi di una ‘fatica’ umana (la fatica di un vero Uomo) alla potenza invincibile di un Dio (la potenza di un vero Dio). E, pur sempre, anche come semplice idea o immagine, un percorso, un andare -verso un ideale ‘profondità- di quel Redentore, fra le sabbie invisibili dell’oblio a cui sono stati consegnati gli antichi morti. E, ‘recuperato’ tutto il ‘tempo’ e tutto lo ‘spazio’ (incluso quello non percepibile dai sensi, poichè solo evocato dal ricordo, quando non proprio del tutto perduto), Cristo è davvero ‘tutto in tutti’. E può aver luogo la Gloria della Resurrezione.


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