‘capire’ tutto, o tentarci. sempre

Un nuovo concetto si sta facendo strada nella vulgata radicale di massa, fra le parole usate come feticci, per esorcizzare, per separare, costruire etichette e, con esse, recinti attorno ai ‘maledetti’, a coloro con i quali non è lecito neanche parlare, a cui non è dovuta neanche una replica. Un nuovo concetto, per intenderci, da afficiancare all’epiteto ‘fascista’, ‘razzista’, ‘corrotto’. E’ l’idea del c.d. ‘integralista cattolico’. Mi è già capitato di leggerlo due volte: la prima in funzione di una polemica social locale, affiancato agli epiteti ‘fascista’ e ‘mazzettaro’; come al solito, per svicolare subito dal merito del problema e, quindi, appunto, con la funzione escludente in senso antropologico dell’interlocutore. La seconda, giorni fa, fra i difensori della nostra Presidente della Camera dei Deputati dopo che la stessa ha annunciato al mondo di voler preseguire penalmente coloro i quali la insultano sui social networks (intento nel quale, la ‘Presidenta’, sarà certamente agevolata dal massiccio ricorso -di default- ai ‘segugi’ della Polizia Postale che, invece, ai poveri, semplici cittadini, è precluso). Non mi è sfuggita, contrariamente ai due ‘fruitori’ del termine a cui ho fatto riferimento, la polemica sul ‘fondamentalismo cattolico’ infelicemente introdotta da un sociologo per lo più serio come Massimo Introvigne, mesi fa, e rilanciata dai corifei dell’attuale pontificato per scrivere ‘liste di proscrizione’ alle quali aggiungere chi non la pensa come loro o non è allineato alla vulgata di quella che chiamano ‘misericordia’. Cosa abbiano fatto o facciano per essere ‘fondamentalisti’, questi cattolici, ancora Introvigne non è stato in grado di spiegarcelo bene. Nè credo potrebbe, in fondo, mai farlo… Infatti, il corto circuito sta tutto nell’etimologia dei due termini che vengono accoppiati: ‘fondamentalista’ (o ‘integralista’) e ‘cattolico’. Già solo andando al significato di quest’ultimo si coglie la totale inutilità e contraddittorità dell’accoppiamento con uno qualsiasi dei primi due. ‘Cattolico’ significa, infatti, ‘universale’. ‘Cattolico’ è quindi un termine che è portato ad includere il più possibile e, per contro, ad escludere il meno possibile di quanto è dato da intravedere, di buono, bello e giusto nell’esistenza. Diceva Jean Guitton di essere cattolico poichè ‘voleva tutto’. Una visione del mondo, della realtà, della storia e della semplice cronaca, che vogliano davvero dirsi ‘cattoliche’ sono quindi portate naturalmente, spontaneamente a valutare ogni singolo aspetto, ad evitare ogni sparata partigiana o escludente, a non sposare con entusiasmo superficiale una tesi tranciante piuttosto che un’altra. Contrariamente all’ideologia che parte da un’idea (o da un sistema di idee) per descrivere la realtà, per piegarla a quello stesso sistema, a costo di rifiutarsi di guardare la complessità del reale, così provocando danni immani e facendo scorrere persino il sangue di chi non dovesse adeguarsi, il cattolicesimo parte dalla realtà (a cominciare da quella realtà complessa per eccellenza che è quella della Scrittura e dei valori evangelici) per valutare e forgiare il mondo. Con una consapevolezza di fondo, che sta nel Vangelo come Parola del Cristo stesso: non è dato a nessuno il compito o il diritto di tirare subito via tutta la zizzania, così pregiudicando il grano. Il che è, davvero, uno dei ‘cuori segreti’ del cattolicesimo: il quale insegna la prudenza come una delle più grandi virtù ed esercita -con la più limpida rigidità dei princìpi- il più sostenuto discernimento nei confronti il singolo peccatore. Nemico del cattolicesimo è il peccato, non chi lo compie e da esso va salvato. Sempre al contrario di ciò che accade per l’ideologo e per il suo precursore, l’eretico: individuato un valore (ad esempio, l’ordine), tutta la realtà deve essere sacrificata a questo, inclusi gli altri valori come la libertà o la solidarietà. A costo di eliminarli i ‘peccatori’, non di redimerli. Non a caso, proprio in contrapposizione all’odiato cattolicesimo, l’eresia già etimologicamente è ‘scelta’ e scelta di campo: e ciò sin dagli albori della comunità cristiana (ad esempio, le eresie secondo le quali Gesù è o solo Dio o solo uomo e non, come nel credo cattolico, sia vero Dio come vero uomo). Chi dunque è tentato, naturalmente portato e inesorabilmente trascinato verso il fondamentalismo e l’integralismo è proprio l’eretico o l’ideologo, poichè non ha nè vuole avere alcun ‘contrappeso’ rispetto a quello che la sua scelta, che il suo gesto di rottura dell’unità iniziale, ha determinato come visione ‘organica’ della vita e della realtà, passata, presente e futura. Insomma: essere dei ‘fondamentalisti’ o degli ‘integralisti cattolici’ è cosa ben ardua oltre che auspicabile. Ardua, perchè bisogna star lì sempre a vagliare, a ponderare, a cercare di comprendere e di capire tutto. ‘Capire’, sempre secondo l’etimologia del termine, nel senso del latino ‘capere’, includere, trattenere, contenere tutto quanto è possibile, rigettando solo il male. ‘Capire’ e ‘contenere’, in ogni scelta che si fa, tutto l’insegnamento cristiano ed il relativo sistema valoriale, non un solo versetto evangelico (magari da usare come clava contro gli altri) o un solo valore. Auspicabile perchè siffatto ‘integralismo cattolico’ ci avvicina davvero gli uni agli altri, impedendoci di vederci come dei nemici (religiosi, politici, calcisitici, ecc.) ma come dei fratelli anzitutto in quell’umanità che non ammette riduzioni, ma che ha una delle sue più grandi ricchezze nella complessità e nella diversità. Non esiste, quindi, come ho già detto -anticipando questo pezzo- un ‘integralismo del tutto’: esso è una negazione in termini, un ossimoro… Così come non esiste una gabbia estesa quanto l’universo. Ma, semmai dovesse esistere -giammai su questa terra ed in questa vita: la fede ci dice altrove- sarebbe un bell’obiettivo di vita, per un cattolico. Un obiettivo che molti hanno raggiunto: i santi. E ciascuno, cattolicamente, coltivando -nell’unità del tutto e nel seno della Catholica per eccellenza, la Chiesa- un aspetto del Vangelo, un carisma personale, un valore fondante da perseguire, non in contrapposizione a gli altri ma assieme agli altri. E, nella costellazione della santità, ogni astro riflette la luce divina con un colore, con una sfumatura, con un’intensità diversi da quelli riflessi da ciascuno degli altri. Ma la luce resta sempre la stessa, sta fuori di noi, non la portiamo noi. Nè potremmo mai pretendere che sia quel colore, quella sfumatura, il senso totale della vera ed unica luce. Contrariamente agli ‘illuminati’, i cattolici sanno solo di poter ‘riflettere’ e di avere adempiuto ad una chiamata solo se davvero, secondo il tutto, ‘riflettono’. Ben venga, quindi, qualche ‘cattolico integralista’, in grado di ‘riflettere’ bene tutto o quasi: di cattolici ‘opachi’, a partire da chi scrive, ne vediamo in giro sin troppi…

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