la notte del tradimento

Poco o nulla ho voluto scrivere durante le feste pasquali, quasi intontito dalle numerose e tragicomiche vicende ecclesiali ed umane di quei giorni.

Ciò che avrei scritto si sarebbe basato su un incipit ossessivo e pero’ terribile. Quello con cui inizia il memoriale della terza preghiera eucaristica, quella più letta e diffusa.

“Nella notte in cui fu tradito,
egli prese il pane, ti rese grazie con la preghiera di benedizione,
lo spezzo, lo diede ai suoi discepoli, e disse…”

Il Giovedì Santo, questa preghiera ha avuto per me un suono un po’ sinistro.

Perchè quel giorno -ricordato e celebrato, doverosamente, come quello in cui è istituita dal Cristo l’Eucarestia e come quello in cui il Messia lavò i piedi ai suoi discepoli- è, appunto, il giorno in cui Gesù fu tradito: e la preghiera che sentiamo sempre, come un mantra, quando Gesù si fa pane e vino, non smette di ricordarci che Lui, quel giorno, fu tradito.

Da Giuda, ovviamente: e poco importa la discordanza fra chi lo da presente anche dopo l’istituzione dell’Eucaristia e chi tace su questo punto.

Ma, il fatto che colpisce davvero è questo snodarsi -accanto ad un filo di continua donazione di sè di Cristo fino alla morte in Croce- di un altro segmento costellato da tradimenti, travisamenti a catena.

Pietro, apertis verbis e col sigillo (direi cosmico) del canto di un gallo. Ma anche Giovanni, silente spettatore delle accuse al suo Maestro nel Sinedrio; e gli altri discepoli -che letteralmente spariscono, dalla realtà e dalla narrazione- scappati via.

Ma traditori -delle Scritture- sono anche gli anziani e i dottori delle legge; traditori delle loro stesse funzioni (Caifa) nel demandare ad altri (Anna) le decisioni da prendere.

E, ovviamente, traditore è pure Pilato: del proprio ruolo politico e dei propri compiti giuridici, con questo demandare al popolo una decisione.

Il popolo poi completa, demoscopicamente, questo percorso di tradimento dell’innocenza e della sua evidenza (‘ho sempre insegnato apertamente’…), eccitato dai padroni del vapore, dagli istigatori della massa.

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Colpisce, quindi, questo intrecciarsi delle prime ore ‘eucaristiche’ del Cristo con questa sequela di tradimenti: la liturgia -dentro la quale sono nascoste verità insondabili: non a caso la vogliono stravolgere e stracciare- coglie appieno il tutto e sentenzia che, quella notte in cui Gesù volle donarsi come Presenza accessibile ed intima, fu esattamente quella in cui fu tradito di mille tradimenti.

Quasi a voler preconizzare questo: che, scendendo nella carne umana, attraversando il nostro spirito, lambendo le nostre menti, quella particella Eucaristica, questo Suo Corpo, avrebbero finito -ancora ed ancora- per trovare in ciascuno di noi tradimento, travisamento, distrazione, scarico di responsabilità, fino alla condanna definitiva di ogni innocenza, a partire dalla nostra, anche mediante semplice ignavia o accidia.

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Perchè pensare a tutto questo?

Perchè questo intreccio sconcertante fra Eucarestia e tradimento pare esprimere echi nelle vicende di questo nostro tempo, a cominciare da quelle ecclesiali o para ecclesiali.

Perchè l’Eucarestia, a quanto sembrerebbe, sta per essere svenduta, data a buon mercato (non è questo il significato dei trenta denari, in fondo?), con la scusa della maggiore accoglienza o di un malinteso ecumenismo.

Perchè chi è colpevole solo di essere innocente, finisce per essere condannato a finire i suoi giorni e perchè ciò avviene in un contesto di dispute, di cavilli e… di tradimenti; di affannate parole dietro le quali -nel loro dire tutto e niente- risuona lontano l’eco del canto di un gallo; dei vuoti silenzi di chi si limita ad osservare lo svolgersi di tali processi.

Perchè forse davvero è in atto e muove i suoi passi -da protagonista- nella storia una ‘Chiesa povera’ come non lo è mai stata.

‘Povera’ di una povertà, però, non evangelica: quella dei miserabili.

Una Chiesa, insomma, che vale giusto trenta denari.

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