L’arianesimo -in tutte le sue varianti- nega la divinità di Gesù Cristo partendo dall’assunto della sua corporeità e della ‘indivisibilità’ della natura divina: Dio non può essere diviso, men che meno in un corpo di uomo, ‘limite’ inaccettabile per la divinità stessa.
Cristo ne esce così ‘declassato’: o in una sorta di mera ‘gemmazione carnale’ della divinità, predisposta in e per un preciso momento storico, ovvero -ed al limite massimo- in un essere umano qualunque, sebbene posseduto dalla divinità, dalla quale rimane distinto.
Roba vecchia? Roba da polveroso manuale da seminario o fondo di sacrestia?
Non credo proprio.
L’idea del Gesù di Nazareth ‘grande uomo’ ma pur sempre ‘solo uomo’ è tentazione ritornante fuori e dentro la Chiesa fino ai giorni nostri: fiumi d’inchiostro e intere foreste fornitrici di carta, sopratutto nell’esegesi dei Vangeli, stanno lì a dimostrarlo. Ario, fa sempre capolino, nella storia, nascosto in una denuncia d’interpolazione dei testi evangelici o in una corrente spirituale.
E mantiene la sua pericolosità: se Cristo non è Dio -ma proprio Dio Dio- l’edificio cattolico (e cristiano) si sgretola e si dissolve nella parabola umana -per quanto edificante- di un semplice uomo sconfitto.
Il cui Sacrificio è inutile e crudele, anche doppiamente: nell’alveo stesso dell’ebraismo il Dio di Abramo ci fa una gran figura, salvando Isacco in extremis, entre il ‘supposto’ Padre, tutto Amore, del Nazareno l’avrebbe fatto morire in croce.
Come ogni eresia, l’Arianesimo svolge una funzione fondamentale: chiarire cosa sia davvero la fede cattolica. E, fra l’altro, dirci che il Sacrificio di Gesù salva proprio perchè è il Sacrificio di Dio stesso.
Ario -ed il suo ritornante refrain- però ‘ci aiutano’ in un altro modo: rivelando la natura gnosticheggiante di ogni tentativo di ridurre Cristo ad un uomo sapiente, anche se il più grande di tutti.
Nella sua esclusiva creaturalità, il Gesù di Ario rimane un uomo, la cui sorte cruenta (e, già che ci siamo, la cui resurrezione e successivo ‘moto ascensorio’) ‘conferma’ due capisaldi della gnosi di sempre.
La sottoposizione dell’umanità -inclusa quella di Cristo- al dualismo gnostico fra gli eoni Sophia e Yaldabaoth (il Demiurgo), fra spirito e corpo, da un lato.
E -dall’altro- la fissa per ogni percorso iniziatico in cui si privilegi il primo aspetto (lo spirito), rispetto al corpo: provocando una scissione fra l’uno e l’altro, magari formando una ‘comunità di perfetti’, dentro la Chiesa stessa, alla maniera catara.
E magari spacciando resurrezione e ascensione come la doppia tappa dell’elevazione, in solo spirito, di un grande sapiente e conoscitore di ‘cose nascoste’.


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