una pira nei cuori

Con una sempre più frenetica frequenza, questo nostro tempo si fa ‘altalenante’ nel senso letterale di metterci -appunto- su una vera e propria altalena di stimoli, sensazioni, sollecitazioni.

E non è solo una questione di frenesia tutta mediatica: è proprio il reale, anche spicciolo, che pare volersi entropizzare sempre più, pare volersi ‘sbattersi’ (e sbatterci) senza posa in ogni possibile direzione.

Trovare un filo conduttore in tutto questo diventa arduo: ma spesso perchè questi fili sono assai più di uno, e s’intrecciano, dando vita a messaggi anche molto interessanti.

Un esempio: la retorica del sacrificio del passato e centenario 4 novembre s’intreccia al brano del Vangelo di quello stesso giorno, in cui appare una ben strana -e rarissima- figura di personaggio che, in relazione col Cristo, potremmo dire ‘lo edifica’.

Scrive Marco che -al termine dell’enunciazione neo testamentaria della Legge dell’Amore (innervata da risonanze indiscutibili dell’et-et cattolico)- da parte di Gesù, lo scriba suo inerlocutore gli risponde: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici».

Eccola, appunto, risuonante la parola ‘sacrificio’, quasi come l’eco delle istruzioni ricevute dal Padre. Amare Dio e amare il prossimo; amare Dio nel prossimo; e amare il prossimo in Dio riecheggia la missione messianica, il suo compimento pieno, comprensibile anche grazie all’eco di un’altra massima evangelica ‘non c’è amore più grande che dare la vita per i propri amici’.

Quello scriba davvero non è lontano dal Regno: nell’amare profondamente e con tutte le proprie facoltà umane l’altro e l’Altro, si manifesta il più profondo olocausto del proprio io, il sacrificio che vale più di tutti gli altri. La pira ardente che si consuma nell’intimo, che ti brucia dentro -ancor più spettacolare, in quanto invisibile, attrazione che è solo per te che la vivi- e che produce frutti inattesi.

Abramo è l’esempio plastico di questo olocausto d’amore per l’Altro: che bisogno c’era -ormai- di accendere quella pira di legni e sterpaglie attorno ad un ragazzo, dopo che Dio aveva già visto l’incendio che devastava il cuore di suo padre? Di quale altro fuoco, più puro e purificante, aveva bisogno l’Altro, l’Interlocutore di Abramo?

Non è un caso che questa sia un’immagine cristologica, un richiamo alla Passione: con l’amore del Figlio che ribalta la scena del sacrificio; con un altro Cuore a bruciare chissà quante cose, di chissà quanti tempi, in chissà quante altitudini o profondità: il Cuore di un Padre, il Cuore stesso della Trinità.

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E il 4 novembre?

Fra le tante cose lette in un centenario che unisce e divide, come l’epoca che racconta, come questo Paese che nei suoi equilibri ed equilibrismi spesso celebra il proprio inimitabile, multiforme ( e per questo sconcertante) genio, mi ha commosso una cosa: le famiglie e, in particolare, le madri in attesa dei loro cari e figli nelle stazioni, che applaudivano e piangevano al passaggio dei treni con i soldati che tornavano dal fronte. Applaudivano e piangevano per il passaggio di altri figli: tantissime ben sapendo che i loro erano morti.

Qualcuno ha intuito che anche lì, se non proprio solo lì, l’unità italiana davvero si fece. C’era un’eco di sacrifici, forte e tosta, anche in quelle stazioni. E di cuori brucianti.

Ho sempre pensato che la Grande Guerra fosse stata un’enorme pira, accesa come olocausto alla modernità trionfante, al culto della nazione.

Rimane tale, credo, nella prospettiva di un mondo che vive solo sul sangue dell’altro.

Non pensavo che, al contempo, nel luogo a Lui più caro, il dilaniato cuore di chi era rimasto, l’Altro stesse costruendo ancora una volta la ‘sua’ nazione, fatta di vedove, madri e orfani, che avrebbero finito, decenni dopo, per seminare e costruire la pace.

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