“si, ma anche” : il falso et-et

Un postaccio, a suo modo, ogni anfratto mediatico in questi giorni, con il vorticoso roteare -ovviamente senza meta, perchè così è la dialettica: bastante a sè stessa- dei dualismi su ogni tematica d’attualità. E con il contrapporsi delle tematiche, le une avverso alle altre, in ogni dibattito, a creare altri dualismi: parafrasando Giovanni Paolo II, è tutto un formarsi di ‘strutture dualistiche’ inestricabili.

Quindi, ad esempio, non solo il caso Sea Watch: ma la contrapposizione a quel caso degli orrori sui ‘figli sottratti’ della Val d’Enza.

Sembriamo rimanere ‘agganciati’ a questo rimestare attorno al male: ne escono ‘centrifugate’ molte cose, come -ad esempio- il diritto. Impressionante, per il caso serio della Kapitana, il profluvio di normative citate, di contesti penali, internazionalistici, marittimi, shakerati ma anche tanto agitati.

Il disputare chiede impegno: e, infatti, tantissimi rimangono ‘agganciati’ alla giostra di cui si finisce, però, per perdere il centro.

E’ il metodo ‘dialettico’, che i social networks hanno elevato a fenomeno di massa, con un chiaro effetto ‘appiattimento’ in cui è difficile capire quale opinione, fatto, ragionamento, possa ‘spiccare’. E la dialettica impegna tempo, fatica, energie, distogliendoti: perchè -in fondo- lo scopo è anche questo.

* * * , *

Naturalmente, nell’ipocrisia del politically correct -che è il brodo di coltura della dialettica infeconda- ci sta un ‘omaggio’, all’avversario: il riconoscimento fugace, sbrigativo dell’altrui ragione, dell’altrui ‘fatto a sostegno’.

Ecco -quindi- il sorgere e l’imporsi del ‘sì, ma anche’, come espressione implicante consapevolezza degli argomenti dell’interlocutore. Ma, al tempo, sistema semantico liquidativo a bella posta dell’altro.

Perchè parlarne? perchè il ‘sì, ma anche’ si è appropriato dell’ecclesialese 2.0 e dei suoi documenti; della vulgata ‘misericordiosa’ in particolare, svolgendo in modo egregio la funzione per cui esso è stato creato: liquidare, incasellare, chiudere parentesi, specie se esse ostacolano nuovi processi.

Il ‘sì’ si presta -plasticamente- a questo: comprimere nel monosillabo positivo tutto quanto l’avversario o il ‘diverso’ può aver obiettato, richiuderlo un una gabbia dorata (il ‘sì’ è bello), ma ristrettissima, dalla quale non possa uscire.

Per dar subito fiato a ciò che segue: il ‘ma’, divisivo, eretico, separatore. L’aut della gnosi che si alimenta della contrapposizione, della contestazione.

Ma -è chiaro- è l’ ‘anche’ finale il termine più subdolo, più seducente nella prospettiva cattolica, il vero colpo da maestro del politicamente corretto: serve a riprendere quanto intrappolato nel ‘sì’ e a metterlo ‘in compagnia’ di quanto segue. Ma non, ovviamente, la compagnia di due riflessi, di due eguali, di due pari dignità, di due fratelli: no, la compagnia del secondino con il carcerato. Il ‘sì’, ciò che vi è rinchiuso, nell’incedere del discorso è ormai ‘passato’ (non a caso la neo chiesa lo utilizza per liquidare le istanze tradizionali o il depositum fidei); ce lo portiamo appresso perchè ‘ci tocca’, non perchè ‘ci teniamo’.

* * * *

Naturalmente, tutto questo non è cattolico: è una sua caricatura, una presa per il culo. Cattolico è l’et-et in cui entrambi gli opposti hanno pari dignità e si compongono, non si dispongono (magari l’uno dell’altro). Cattolico è il rinvenire nello scrigno E cose nuove E cose antiche, senza che le une condizionino o umilino le altre.

Ma oggi, la Chiesa Cattolica è sì ‘cattolica’, ma anche di deve rinnnovare, deve stare al passo coi tempi, deve farsi carico dei nuovi problemi, ecc. ecc..

E, così, di cattolico c’è rimasto ben poco, intrappolato dentro quel ‘sì’, e portato a spasso…

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *