Ieri un amico ha chiesto preghiere per una persona a lui cara: un intervento delicato e rischioso.
Facebook è così: sei ‘presente’ virtualmente ‘sempre’ se hai postato qualcosa. Sei ‘recuperabile’ dal ‘rollio’ della bacheca o dalla visita sul diario di qualcuno in particolare.
Ma puoi esserlo anche quando ti colleghi e leggi.
E, ovviamente, ci può essere uno sfasamento temporale più o meno ampio fra lo scritto e la lettura.
Insomma: teoricamente, quando ho letto il post, l’intervento avrebbe benissimo potuto avere luogo, aver avuto un qualsiasi esito.
A che pro, allora, una preghiera, magari promessa in un commento a quel post?
Mi sono dato una ‘risposta’ qualche anno fa: mio figlio doveva essere interrogato; preso dalle cose da fare in tribunale si era fatto tardi e non sapevo l’ora in cui sarebbe stato chiamato. L’istinto mi ha fatto decidere di dedicare lo stesso qualche minuto, senza sapere se ‘sarebbe stato utile’ o meno.
All’istinto diede una piccola conferma la ragione del credente, in quell’occasione in cui mi posi per la prima volta la domanda.
L’Essere a cui il cristiano si rivolge sta fuori dal tempo che viviamo. Lo ha vissuto in carne ed ossa; lo ‘rivive’ sotto le specie eucaristiche…
Ma Egli ha davanti a sè, anzi tiene in pugno come un unico granellino di sabbia passato, presente e futuro. Di più: tutto il passato (in estensione e profondità, nel senso che dirò), tutto il presente (nella sola profondità dei fatti che accadono ovunque in uno stesso istante) e tutto il futuro, ancora in estensione e profondità.
La nostra preghiera parte da un tempo preciso, ma sfocia nel mare dell’eternità, in un ‘contesto’ in cui Chi è chiamato ad esaudirci non ha limiti d’intervento, men che meno temporali. Dal futuro in cui abbiamo pregato nulla Gli impedisce di agire su quanto per noi è già passato.
Quindi, sì: una preghiera fatta dopo che un fatto si è già compiuto può ‘funzionare’.
E credo sia, in un modo magari un po’ bizzarro, ‘aver fede’ pure questo!


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