Ne ‘L’antica via degli empi’ (neanche tanto ‘antica’, a quanto sembra…), Renè Girard approfondisce il personaggio bibilico di Giobbe ed il senso delle terribili sofferenze dalle quali viene investito.
Girard -applicando da par suo la teoria del capro espiatorio- individua in Giobbe il potente (o il fortunato, che è uguale) che, investito dalla mala sorte, viene individuato dalla comunità come un potenziale capro espiatorio e, quindi, viene ‘caricato’ di tutte le possibili nefandezze della comunità della quale, fino a poco tempo prima, è stato uno dei leaders o dei punti di riferimento.
Contrariamente però a tutti i capri espiatori della mitologia e dei riti arcaici ed antichi -in primis quelli greci- Giobbe NON ACCETTA il ruolo che le ‘circostanze’ -fortuna tramutatasi in sventura- gli hanno attribuito e che i suoi tre ‘amici’ vorrebbero egli accettasse con rassegnazione: quello, appunto, della vittima colpevole, che deve ‘pagare’ per sè stesso e -sopratutto- per gli altri, per l’intera comunità, per ‘riappacificarla’ il prezzo supremo del sacrificio.
E Girard dice che è esattamente in questo che la religione cristiana (con echi risalenti alla tradizione veterotestamentaria) è PROFONDAMENTE DIFFERENTE da tutte le altre: essa infatti considera sempre l’innocenza delle vittima e considera abominevole -Girard dice espressamente ‘satanico’- che essa paghi, che essa perisca per tutti gli altri; il sacrificio che costituisce le istituzioni e la cultura antiche IN OGNI CASO è opera ‘satanica’.
In Giobbe il dolore -che pone sempre la domanda: ‘perchè proprio a me? perchè proprio io?’- non fa scaturire l’autocolpevolizzazione e la resa finale, l’autocondanna a morte che è ADESIONE ad una condanna a morte già pronunciata da tutta la comunità che, in essa, ritrova la sua unanimità su presupposti falsi e fittizi.
In Giobbe il dolore non è riuscito a cancellare la consapevolezza dell’altisisma dignità del sue essere, la sua innocenza di fondo, la sua purezza, il suo rappresentare un bene in sè, che la morte per mano dell’uomo può eliminare solo sul presupposto di una gravissima, intollerabile e congruamente accertata REALE (e non semplicemente SOCIALE, CONVENZIONALE o CONVENIENTE) ‘colpevolezza’.
Che, dunque, la Consulta italiana -stasera- abbia voluto tornare a battere ‘l’antica via degli empi’ -lodando Elifaz, Bildad, Zofar ed in seguito Eliu nel loro spingere Giobbe a lasciarsi morire, ‘rifondando’ sul suo sangue la comunità- non lo trovo sorprendente o sconvolgente.
Trovo invece incomprensibile e sconcertante che chi si dice apertamente ‘credente’ nel Dio di Giobbe e di Gesù Cristo, trovi accettabile e addirittura auspicabile ripercorrerla a ritroso, considerando questa addirittura una ‘conquista di civiltà’.


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