Pur senza aver visto alcun telegiornale, oggi, ed avendo saputo della visita della Capitana al Parlamento Europeo, ero pressochè certo che la Rackete avrebbe attaccato a tutto spiano i presenti, come in effetti è accaduto.
Ero già rimasto impressionato, infatti, dall’audizione di Greta Thunberg all’ONU e dal quel tasso di drammaticità nei toni, nelle parole, nell’espressione facciale.
I due eventi suscitano in me la stessa sensazione: va montando un movimento planetario in cui la leadership morale è affidata ad adolescenti più o meno cresciuti.
Preciso subito che -in questo momento- non mi interessa affatto approfondire cosa ci sia in ballo o fare -anche opportune- dietrologie: sto alla superficie, su ciò che impatta con l’immaginario collettivo. Una aperta ‘rivoluzione degli adolescenti’: che trova consensi sulla base di luoghi comuni -più o meno foraggiati con argomenti di una qualche serietà- del tipo ‘il futuro appartiene a loro’.
Non mi interesserebbe risalire neanche ai latori degli slogan con al centro l’idea di ‘rubare i sogni’ (anche perchè uno di essi è ben troppo noto), se non fosse che lo slogan stesso esprime con chiarezza il piano su cui si deve svolgere questo regime change: un piano anzitutto immaginifico ma, per questo, non meno concretamente efficace.
Per tornare a Carola e Greta, mi impressiona l’audacia, l’esibita ‘autorevolezza’, quasi la ‘ferocia’ nello scagliarsi contro i ‘potenti’, le ‘rappresentanze’ che contano.
E impressiona la ‘passività’ -salve alcune eccezioni precise, Macron in primis- di chi ascoltava, sfociata in quello sconcertante appello al voto dei sedicenni, come se si trattasse qui di acchiappare voti, di fare i paraculi con gli adolescenti, o di pensare che li si possa arruolare solo sulla scorta di qualche slogan.
No, l’idea di Greta e Carola è molto diversa: non si tratta di ringiovanire l’istituzione (mondiale, europea o nazionale che sia), immettendo consenso fresco o vergine nel circuito del suffragio. L’obiettivo di soppiantare l’ordine, qualsiasi ordine o autorità oggi esistenti.
E’ un’umanità che vuole ‘finalmente’ (dove la parola ‘finale’ è intesa nel senso più pieno) prendere il posto di un’altra.
Il clichet ‘generazionale’ (unito a quello catastrofico) serve anche a questo: “visto che vostra l’umanità non ha più un futuro, essa va terminata a rimpiazzata da un’altra gravida di futuro’.
Ovviamente, per ‘umanità’ non si deve intendere solo il sinonimo di ‘genere umano’: il termine va usato anche nell’altra accezione di ‘senso dell’umano’, di ciò che ha caratterizzato l’essere umano.
Cosa debba portare in grembo’ una simile futuribile ‘umanità’ appare già sufficientemente chiaro: non ha nulla a che fare con ‘grembi’ di alcun genere, per esempio.
Il movimento rivoluzionario, insomma, sembra volto ad esaurirsi nel suo ultimo esito: la decomposizione dell’umano senza che avere, alla base, alcuna idea di come ricomporlo.
Non più ‘idee’, ma ‘sogni’: tumultuosi, feromonici, inquieti, ‘aperti’. Degni di Epimeteo….
La rivoluzione permanente abbassa ancora l’asticella dell’età di chi è chiamato a versare il sangue per essa: dai quarantenni borghesi del ‘700, ai più giovani rivoluzionari del novecento, ai post puberali e ventenni ‘liberati’ del ’68.
Oggi i ‘chiamati’ sono gli appena post-puberali se non i puberali e i pre-puberali: facile invero appioppare loro sogni scritti, sceneggiati e drammatizzati mediaticamente da qualcuno sicuramente più grande, e più scafato, di loro.


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