Fra i primi, sono andato a vedere il Joker di Todd Phillips.
Dico ‘il’ perché questo, più che mai, è un film su un personaggio perché descrive l’insorgenza di una figura che, in tutta la sua storia -fra film, romanzi e fumetti- non aveva visto mai raccontate le proprie origini.
E quel che colpisce del film è che questa ‘epifania’ è radicata nell’esistenza di un uomo in carne ed ossa, la cui pelle (sia pure con… ampie mutande) non ci viene risparmiata, al quale è dato il nome di un grande re (Arthur) ma un cognome da ‘ridere’ (Fleck, ‘macchietta’).
Una scelta che avevo criticato, per il suo porsi in alternativa alla
tradizione che però viene salvata con grande acume da Phillips il quale, nascondendo bene le carte, alla tradizione ritorna, restituendoci il Joker senza origini che tutti conosciamo.
Il film segue, in fondo, questo viaggio nel dissolversi di un’identità umana e reale e nel contestuale innalzarsi, manifestarsi, sino a sostituirla del tutto, di un’identità fittizia, inventata.
Per buona parte del film sappiamo che Artur ha una madre malata, che accudisce quasi al punto di annullarsi per lei, e un lavoro insignificante ma ‘profetico’ (clown per eventi) e sogna comunque di far ridere la gente come cabarettista.
Un’esistenza grama, da malato neurologico, al limite della depressione, che lo costringe a farmaci e sedute di terapia.
Ma un’esistenza concreta, in cui la ‘concretezza’ sta tutta però nel dolore appiattito che ogni giorno porta con sè.
I due detonatori che avviano la metamorfosi della persona di Arthur nel personaggio Joker sono, tuttavia, una menzogna ed una verità.
La menzogna, abbracciata e coccolata fino a farla diventare la propria ragione di vita, è la violenza che scatena il personaggio, il suo irrompere nella scena, la sua consapevolezza, la sua ascesa, il suo iconico trionfo.
La verità che, manifestandosi, fa esplodere la mente di Arthur è che il racconto delle sue origini è un cumulo di menzogne ‘stratificate’ l’una sull’altra e ‘sbucciate’ durante il film.
Sua madre -contrariamente a quanto pensava- non lo era né naturalmente né ‘affettivamente’.
Il padre, puntualmente assente, si rivela sempre un miraggio: il suo sogno (il presentatore TV) e, poi, l’illusione psicotica della madre (Thomas Wayne).
Non è un caso che, alla fine, con la completa epifania del personaggio, muoiano entrambi, direttamente e indirettamente, per mano dello stesso Joker.
Il quale può davvero ‘esistere’ solo dopo essersi sbarazzato delle sue origini e, con esse, di ciò che lo rendeva concreto, reale, umano.
Davvero, come scrive nel suo diario, Arthur ha dovuto ‘morire’ per dimostrare agli altri quanto ‘valeva’; morire per essere soppiantato però da quel Joker che è l’annichilimento di tutto ciò che egli era.
Quel Joker che -di tanto in tanto, nel film- sembra tentare di emergere in alcune danze dal sapore ‘sciamanico’, nelle quali Arthur appare ‘posseduto’ da chi -di lì a poco- lo soppianterà del tutto.
Quel Joker che, con l’agghiacciante idea dell’esistenza come commedia, rischierebbe di annichilire qualsiasi altro barlume ancora rimasto d’umanità in chiunque egli incontri, se non trovasse la sua strada sbarrata da un bambino che continua a mantenere -nonostante tutto- salda nel suo cuore la memoria di suo padre…


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