“Signore Gesù Cristo,
sono passati più di 1900 anni da quando Tu, il Verbo eterno di Dio, sei entrato nel tempo e Ti sei fatto carne – Ti sei fatto uomo.
Non hai dismesso la Tua natura umana come un vestito dopo averla assunta per poco tempo. No, fino alla Tua morte sulla croce Tu l’hai assunta, l’hai attraversata e l’hai sofferta e rimani, dopo essere risorto, per sempre uomo.
Nella parabola, Ti sei paragonato al chicco di grano, che cade nella terra e muore, ma non rimane isolato, bensì emerge di nuovo e porta costantemente frutto.
Nella Santa Eucarestia Tu sei sempre presente tra di noi, Ti affidi nelle nostre mani e nei nostri cuori affinché possa sorgere una nuova umanità.
Quindi il Tuo farti uomo non è per noi un’esperienza lontana, bensì ci tocca tutti, ci chiama tutti. Aiutaci a comprenderlo sempre di più. Aiutaci a vivere e a morire nel segreto del chicco di grano e a contribuire al sorgere di una nuova umanità.
Prima di lasciare questo mondo e di tornare al Padre, per poi tornare tra di noi, Tu hai affidato a dei giovani uomini il compito di andare in tutto il mondo e di battezzare le genti nel Nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
E l’essere battezzati ci fa diventare una nuova comunità, la Tua Chiesa. Come Tu hai annunciato, questo Tuo nuovo corpo – che si estende in tutto il mondo – si contraddistingue per la Tua vicinanza, che anima il corpo stesso. Ma è anche contraddistinto dalla nostra fragilità, che si supera solo lentamente.
In questo momento della nostra storia, Ti ringraziamo per la grazia di averci chiamato a far parte della Tua Chiesa.
Ti ringraziamo per le realtà belle e grandi che si rendono visibili nel mondo per mezzo di essa.
Ti preghiamo anche di aiutarci ad affrontare l’oscurità che, di tempo in tempo, è sempre minacciosamente attiva al suo interno”.
Benedictus XVI, Papa emeritus.
Entra un po’ di aria fresca, con questa preghiera di Benedetto XVI, scritta a giugno per la diocesi di Burgenland Eisenstadt, e ‘respiriamo’, finalmente.
Perchè irrompe fra questa bacheche e, in generale, nella fumisteria a cui si è ridotto l’ecclesiale, un testo rivolto a Nostro Signore Gesù Cristo, la Signore della storia e della nostra vita. Della mia sicuramente.
Irrompe come impetrazione e come confessione sintetica, semplice e nel nostro linguaggio di credenti del ventunesimo secolo, della divinità e dell’umanità del Nazareno. Come impetrazione cattolica ed apologetica, che vuole ricordarci da Chi veniamo e a Chi andiamo; Chi sempre è stato il nostro Principio e Chi sarà -in ogni secondo del tempo che ci è dato- la nostra Fine.
Come confessione di ciò che davvero e da solo dobbiamo cercare in una chiesa, in una messa. Lui, ovviamente, ma anche il nostro morire, il nostro seppellirci in Lui, perchè finalmente possiamo solo pensare di portare qualche frutto.
Rivolto alla diocesi dice -subito dopo- che “la nostra patria si trova laddove le divisioni si dissolvono”. La nostra Patria è il Figlio e il Suo mistico Corpo del quale facciamo parte, nel quale siamo chiamati a dissolverci per rifiorire. Esso è indistruttibile, perchè il Suo Capo è Cristo e nulla potrà annientarlo, neanche chi pensa di poterlo condurre alla rovina con redini nascoste, perchè nulla resterà nascosto, tutto è già stato rivelato.
La fede di sempre risplende semplice e piccola in queste parole; è lampada che -con quel minimo che è già tutto- infiamma i cuori.
E mi è possibile gridare, con voce un po’ rotta, finalmente…
Grazie, Santità.


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