Papa Silvestro I morì il 31 dicembre del 335 e non poteva essere altrimenti per un Papa ‘di passaggio’ dall’epoca della persecuzione del Cristianesimo a quella sua ‘assimilazione’ da parte dell’Impero.
Gli echi evangelici di questo stretto ed ambivalente rapporto fra fede e potere, fra istituzione divina e umana, sono stati sempre chiari: l’Incarnazione si compie nel pieno della maturità dell’Impero, nel culmine della sua autoconsapevolezza, rappresentata dal censimento che, però, fu l’occasione perchè si compisse la Scrittura con la Nascita che ‘si spostò’ a Betlemme; è un centurione romano il primo uomo ad esclamare la Divinità di Cristo dopo averlo visto morire in Croce; nel DNA stesso della nascente fede e nel messaggio del suo corifeo fra le genti per eccellenza, Paolo, è inscritta l’obbedienza del cristiano all’autorità legittima che si comporti legittimamente.
Ma ho messo fra virgolette l’assimilazione perchè mai, in nessun modo, essa accadrà davvero: anche l’esecrato costantinismo (che è ritornato, ritorna e ritornerà sempre sotto forme cangianti, e oggi magari sotto l’egida di qualche scuola politica fiorentina) ha espresso il suo doppio ed infido volto da subito, con i cedimenti di Costantino verso Ario e i conseguenti rischi subiti dalla fede.
Anzi, è abbastanza evidente il fascino che l’arianesimo dovette subito avere per il potere politico, non solo per il diffondersi maggioritario di quell’eresia, ma sopratutto per il suo contenuto: un Cristo declassato a ‘Dio minore’ si prestava meglio, come concetto, all’espressione della supremazia del politico anche nelle cose spirituali.
Proprio Silvestro visse per primo, da Papa della Catholica, questo passaggio foriero di benefici ma anche di rischi spaventosi per la Chiesa e ne fu vittima, accantonato nel Concilio di Tiro da Costantino stesso.
E la sua figura non solo eroica ma anche fattiva (sotto di lui furono edificate le basiliche di San Pietro, in Laterano e di San Paolo) ben si presta a ‘vegliare’ nel passaggio anche civile da un anno all’altro.


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