“Perché cercate tra i morti Colui che è vivo?” (Lc 24, 5)
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Un déjà vu di una roba abbastanza recente, questo stagliarsi solitario, solidalmente dolente (a questo serve la mascherina, in assenza di altre persone nel raggio di centinaia di metri), del Presidente della Repubblica, stamattina.
Il già visto della scena inzuppata di pioggia di San Pietro, per l’adorazione straordinaria, con un’altra solitudine, un’altra identificazione che appariva anch’essa abbastanza ‘prometeica’. Forse senza volerlo, forse no…
Solo che, alla fine del percorso, non c’era il solito ‘sepolcro’: niente fiori, niente inchini, ma ciò che ho chiamato un ‘Sole’, Colui che è vivo, è la vita. L’Unico a meritare adorazione.
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C’è una risposta alla domanda che fa da epigrafe in questo post, a questa domanda appuntata ad un tempo storico, ma che lo supera, assumendo -come ogni Parola di quei libricini antichi- significati diversi e profondi, che vivono l’oggi come l’ieri, strappandoci alla monotonia delle nostre retoriche.
La risposta è questa: cerchiamo tra i morti una parvenza di vita e di eternità, il senso del nostro essere, nel nostro appartenere, nel nostro sentirci diversi, distinti da altri. Lo facciamo perchè ci aggrappiamo ai nostri padri, insepolcrati come fossero radici, perchè un giorno i nostri figli possano sbocciare dai nostri rami e continuare questa diversità.
Tu non disprezzi, Signore, questo sentimento: Tu adori la molteplicità, la distinzione, l’irripetibilità nella continuità. La catena di anelli diversi ma eredi l’uno dell’altro.
Ma noi sappiamo bene che questa ricerca, lasciata a sé stessa, è volerTi ignorare, voler pensare che non c’è mai stato, nè mai ci sarà, alcun Vivo da cercare in un sepolcro, alla fine di una scalinata, di una processione sacra.
E’ voler ritornare ad un culto alimentato solo dal nostro sangue; è voler costruire una mitologia parziale, come tale creante inimicizia, divisione. Come accadeva prima che Tu ti rivelassi, che sostituissi il Tuo sangue al nostro. Come accade ancora, anche sotto le medesime insegne; anche nel periodico ripetersi di un rito dai fondamenti e dai tratti storicamente ambigui, persino bivalenti.
Non è un caso Signore, che ad alcuni oggi sia consentito issare vessilli, mentre -due settimane fa- a noi sia stato fisicamente impedito di fare memoria di Te che esci dal sepolcro. Tu per loro non vali nulla o vali meno di un qualunque mito di passaggio, debitamente e interessatamente coltivato e autorizzato.
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Nulla di nuovo in questo: capitava così prima che Tu ti facessi uomo, anche se noi lo chiamiamo ‘progresso’.
Un déjà vu, insomma, di una roba abbastanza arcaica…


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