‘fregati’ dalla (sua) scuola?

Aveva ragione Salvatore Cammisuli su Augusto Del Noce e ‘Il Suicidio della Rivoluzione’: si fa una gran fatica a leggerlo, intriso com’è di miriadi di presupposti, concettuali e storici, di carattere filosofico.

Ma la ‘fatica’ è qui una sfida da cogliere volentieri: quanto ti ‘arriva’ immediatamente è troppo stimolante e profondo per lasciare intentato lo sforzo di approfondimento del resto, incluso il recupero dei presupposti…

L’inizio del ‘Suicidio’ ha un unico protagonista: Giovanni Gentile, il più ‘rimosso’ autore della filosofia italiana. ‘Rimosso’ politicamente parlando, è chiaro, per il solito ‘motivo’: la ‘contiguità’ al fascismo di cui Gentile sarebbe stato l’intellettuale di riferimento.

Concetto stupidamente (ed in modo sospetto) riduttivo: Gentile è l’intellettuale di riferimento di qualsiasi cosa si collochi dal 1905 in poi e la sua influenza si tocca con mano anche nel nostro presente. Gentile -ed il suo immanentismo estremo, confluito nella sua rigorosa filosofia attualistica- ha influenzato anche Gobetti e Gramsci e, quindi, ogni filone filosofico del Novecento andato per la maggiore.

‘Normale’ quindi, che si cerchi di rimuoverlo nella solita ottica politica del c.d. antifascismo. Già per ammazzarlo, il GAP comunista ricorse ad una ‘vastasata’: due gappisti Fanciullacci e Martini gli si avvicinarono tenendo sotto braccio dei libri per nascondere le armi, facendosi credere studenti. Il filosofo abbassò il vetro per ascoltarli, ma fu subito attinto dagli spari.

Del Noce lo ‘punta’ e non lo molla: e gli esiti rivelatori sono piuttosto dirompenti, anche nel campo delle cultura liberale e socialista. Oserei dire anche in quella cattolica, che esce demitizzata e permeata dal suo immanentismo.

Per Gentile, l’unica vera realtà è l’atto puro del «pensiero che pensa»: basti solo riflettere un po’ su quest’oggi, forgiato sul culto del presente, dell’attimo, sull’abbandonarsi al divenire sul rifiuto di del riconoscimento di ogni oggettività, per intuirne l’influenza.

Un’influenza ‘sistematica’: non ci fu branca che per Gentile dovesse andare esente dalle rigide conseguenze della sua filosofia, arte e scienza incluse. E’ per questo che la scuola italiana, a dispetto delle riforme, resta e resterà sempre la ‘sua’ scuola, tesa a formare individui che ‘pensino perennemente la realtà’ più che prenderne atto e se ne sentano limitati.

E, che lo vogliamo o meno (e come direbbe Rino Cammilleri), ne restiamo ‘fregati’.

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