Vedo che il termine ‘Totalitarismo Liquido’, compare in ‘Cecità morale: La perdita di sensibilità nella modernità liquida’ di Zygmunt Bauman e Leonidas Donskis, i quali lo riferiscono alla Cina odierna e alla Russia putiniana.
Non poteva essere altrimenti, ma -così- mi sembra una definizione incompleta, parziale come dirò fra poco.
A me è venuto in mente osservando da settimane, attonito, la miriade di post, video e foto in cui si denunciano assembramenti -veri o presunti- con o senza mascherine; in cui volano mazzate dei ‘mascariati’ per quelli che non le portano in treno, aereo o traghetto; in funzione anti-promozionale (cioè col velato sentimento di denunciare un luogo perchè lì ‘non c’è rispetto’).
Andiamo oltre il merito della doverosa prudenza, affidata al singolo, e leggiamo fra le righe di un’epoca che scivola leggiadra (della leggiadria che solo il vuoto può dare) verso il totalitarismo di massa; ‘liquido’, appunto.
Anzitutto notando come la mascherina si propone come lo stigma, il tratto iconografico di questo tempo, con la sua capacità di cancellare i volti, di omologare le identità, di renderci tutti uguali. E non solo perchè la indossiamo: la nostra prima preoccupazione è che l’altro la indossi, sicchè alla maschera guardiamo e, ormai, neppure allo sguardo dell’altro. Ed è terribile che dietro -per una verità medico-epidemiologica che ‘giustifica’ una menzogna antropologica- l’epifania dell’altro venga così cancellata, annullata. E con essa ogni traccia visibile di sentimento e di emozione.
Persino il saluto è interdetto o reso difficoltoso. Siamo così ‘intercambiabili’, veri anonimi ‘cittadini’ di questo anonimo pezzo di storia; e siamo disposti a cancellare la nostra immagine che è sopratutto il volto.
Questa equivalenza emotiva, questa omologazione diventa così funzionale alla polizia di massa: polizia sanitaria, ideologica, in cui siamo diventati i poliziotti di noi stessi; segnalatori di notizie di reato sanitario, di assembramenti di per sè sediziosi (a nulla contando se pacifici, religiosi o ludici); banditori dei volti scoperti e, se del caso, picchiatori, punitori in nome di noi stessi, del nostro stare alle regole, in nome del sacrificio della nostra identità, del nostro respiro libero.
Che poliziotti o carabinieri -o soldati- vadano in spiaggia è solo il next level della repressione che da soli riusciamo bene a propinarci, usando i social media per moltiplicare il biasimo, l’indignazione.
Facile così il controllo. Facile così giustificare ogni salto di legalità. facile frantumare le forme normative, fracassare le competenze dei poteri.
Ma è facile non solo -come ‘vorrebbero’ Baumann e Donskis- per un potere solidissimo, monoliticamente istituzionale, addirittura ingessato nel personalismo della leadership.
Facile anche per il potere liquido dell’uno vale uno, della premiership indifferenziata o indifferentista ‘a la Conte’; per il potere che un giorno è bianco e l’ora dopo è nero; per i figuranti attorno ai quali ci affanniamo, per le rappresentanze che sono -anzitutto- ‘rappresentazioni’, maschere raffigurative, che polarizzano odii, affetti ugualmente feroci.
Anche il potere sta diventando liquido, specie in Occidente, nella progressiva demolizione della sensibilità istituzionale.
E’ il proprium di ogni rivoluzione.
Ma questa è peggio perchè la più insidiosa: non sa -e non vuole sapere- dove andare; non gli importa, contando solo il continuo cambiamento.


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