Ho sempre suggerito, come tanti, più visioni di ogni film di Christopher Nolan.
La chiave del cinema di Nolan è, non a caso, Inception: più livelli narrativi (i sogni) e innesti di concetti, messaggi e quadri molto particolari, inediti. Per scoprirli devi rivedere più volte il film, andando oltre il film.
Doveva essere lo stesso per Tenet: l’ho pensato e detto prima di andarlo a vedere ‘come e dove va visto’, nella ‘gloria visiva’ di uno schermo cinematografico IMAX; sono partito anzitutto per ‘godermelo’, per ‘sentirlo’ per poi, dopo altre visioni, ‘capirlo’.
E, invece, è ‘arrivato’ tantissimo, subito: forse perché, magari tutta mia, ho già acquisito quella chiave di lettura di cui parlavo. Può costituire un limite, ma ‘aiuta’.
Una chiave di lettura a cui ho subito associato un’altra: il Sator-Quadrat.
Quello che di Tenet mi è ‘arrivato’ subito, quindi, lo scrivo ora: per una
‘recensione’ più organica, rimando ad altre visioni.
IL QUADRATO MAGICO
Sin dal titolo e da quello che emergeva man mano dalla lavorazione del film, appariva chiaro che Nolan avrebbe usato almeno la suggestione del Sator Quadrat, il quadrato palindromo formato dalle parole SATOR AREPO TENET OPERA ROTAS, leggibile anche in verticale, il cui più antico esemplare, risalente a prima del 79 D.C., trovato a Pompei nel 1933 in due distinti posti della Città sepolta dall’eruzione del Vesuvio.
Il titolo -nelle prime forma di pubblicità virale- è stato fatto ruotare su sè stesso, tenendo la N centrale come asse: i due TENET del quadrato formano, invero una croce, con al centro appunto una N.
E ‘giravano’ le pale eoliche del curiosissimo luogo in cui il Protagonista (il personaggio principale del film, senza nome), appena ‘passato nell’aldilà’, viene portato a nascondersi e ad allenarsi prima di poter ‘ritornare’ in azione: uno dei tralicci eolici, appunto, disseminati nel mare del Nord.
Il principale villain del film si chiama Andrei Sator: è il primo di coloro che -per la tecnologia che gli viene recapitata dal futuro per compiere la sua missione di morte- riesce a percorrere il tempo in avanti e indietro, manipolando con quella tecnologia l’entropia. Vediamo lui e il suo ‘doppio speculare entropico’ agire nella stanza rossa ed in quella blu.
Arepo è il cognome dell’artista da cui Kat, la moglie di Sator, ha ricevuto il dipinto falso di Goya. E’ l’unica entità che non vediamo mai: ma proprio Arepo è -nel Quadrato- la più enigmatica e sfuggente delle parole, su cui si sono arrovellati per secoli gli esegeti.
Curioso che il falso dipinto sia attribuito a quel Goya, il cui ‘El sueño de la razón produce monstruos’ da sempre viene interpretato ‘falsamente’: non è il ‘sonno’ della ragione a produrli, ma il ‘sogno’ -tematica cara a Nolan- della ragione…
Nell’Opera di Kiev inizia l’azione dell’intero film.
Rotas è la società che costruisce e ospita i Freeport di Oslo e di Tallin, i magazzini dove sono custodite, al di fuori delle regole doganali, le opere d’arte, compreso il nostro falso Goya, ma che nascondono entrambi i tornelli, le porte girevoli che invertono l’entropia e consentono di ripercorrere il tempo all’indietro. A loro modo, queste macchine sono ‘rotas’ anche loro…
Il primo incontro-scontro fra Sator e il Protagonista avviene nelle vicinanze di quella Pompei (e della costa Amalfitana) da cui emerse il più antico quadrato e che ‘visse’ non un annientamento qualsiasi, ma quello in grado di ‘fissare’ corpi e cose, cancellandone passato e futuro.
Come nota il sito di cinema Badtaste, il film ritorna sul numero dieci: “Il numero è “nascosto” d’altronde nel titolo (composto da un Ten più un ten invertito) e viene continuamente ripetuto in tutto il corso della pellicola (ci vorranno solo 10 minuti per incontrare Sanjay a Mumbai, il convoglio durante la missione nel secondo atto arriverà dopo 10 minuti e tutto l’atto finale si svolge nell’arco di 10 minuti).”
Ma il dieci è esso stesso un richiamo al quadrato: ‘la santa Tetraktys’ dei pitagorici, cioè la formula numerica 1+2+3+4=10. Il quattro -spiega Rino Camilleri ne ‘Il Quadrato Magico’, Rizzoli 1999- è il numero di partenza dell’intera cosmologia, mentre i primi tre rappresentano l’ontologia. Ma dieci è anche il cerchio: l’uno del centro e il nove della circonferenza, misurabile appunto per i suoi multipli, uno dei quali è il… ‘quadrante’, l’angolo di 90 gradi…
Le lettere del quadrato sono leggibili nelle più svariate combinazioni geometriche: cerchi, triangoli… L’algoritmo che può invertire l’entropia del mondo, distruggendo il passato (e che la scienziata del futuro riporta indietro) è suddiviso in ‘formule solidificate’ con queste stesse forme geometriche.
Il 14, il giorno fissato da Sator per l’apocalisse, ma anche il giorno in cui il Protagonista e Kat, la donna, salvano di fatto il mondo, richiama la nun ebraica, la lettera N che sta al centro del quadrato e di TENET. Il 14 è simbolo cristiano: due volte sette, due volte tre, la divinità, e quattro, l’umanità. Due volte… l’Alfa e l’Omega, il Principio e la Fine da cui, in modo ‘diversamente entropico’, può partire il tempo… Due volte, due venute, nel tempo di quel suo ‘protagonista’. Due volte N di Nazarenus…
LA TENAGLIA
Sulle allusioni al quadrato, potremmo ancora continuare. Chissà se Nolan avrà letto il libro a cui abbiamo parlato: è curioso che una delle interpretazioni anglosassoni del quadrato sia ‘Sator tiene per la madre terra doverosamente le ruote del tempo’, che vi si legge…
Ma è il tempo, l’ossessione principale di Nolan, una delle chiavi di Tenet.
Il regista, ancora una volta, si diverte pensandosi al di sopra del tempo e dello spazio.
Ma il messaggio che arriva è davvero singolare: gli avvenimenti, gli accadimenti come le scelte, sono davvero nel film ‘frutto’, certo, del passato e… anche del futuro.
Nolan intuisce la ‘causalità inversa del futuro’: ormai il futuro condiziona pesantemente il presente. Perché ne siamo ossessionati. I dialoghi fra Neil e il Protagonista lo svelano: anche quest’ultimo si preoccupa per gli uomini del futuro… e rischia di perdere tutto.
Non a caso, la battaglia finale come ogni scelta decisiva e positiva dei ‘buoni’ parte da un principio: ‘l’ignoranza -del futuro- è la nostra arma’.
Non è un caso che il Protagonista, cercando di evitare che Sator prenda il Plutonio 214 (l’ultimo pezzo dell’algoritmo), torni indietro nel tempo, finendo però …per consegnarglielo!
Sull’uomo presente e in genere, sul presente, gravano troppo passato e futuro: essi sono raffigurati dalla tenaglia temporale a cui alludono i personaggi.
Essi sono importanti ci definiscono, ma il presente è il ‘luogo temporale’ di ogni battaglia decisiva, di ogni scelta determinante. Il presente non esclude il passato e il futuro ma esso non potrà mai essere se l’uomo rimane ancorato al solo passato o se la sua mente ed il suo cuore restano sempre proiettati nel futuro.
La N di Tenet sembra simboleggiarlo: essa sta per NOW, ma soprattutto per NUNC, in entrambi i casi per ORA, ADESSO. A tenaglia sull’adesso, ci sono due cose che devono essere tenute -gioco di prole mai fu più efficace- presenti stare assieme (curiosamente, et-et come in TENET), passato e futuro, senza che l’uno prevalga sull’altro.
IL PROTAGONISTA
Il Protagonista è l’uomo del presente; è l’uomo che ha fede nel presente e che vuole ‘salvarlo’ dal passato e dal futuro.
Egli si salva, all’inizio, per una scelta in cui non pensa a sé. Egli è per l’altro, come dimostra il fatto che è disposto a rischiare la missione in ogni momento per Kat e suo figlio.
Non a caso, i suoi nemici sono tutti chiamati ‘antagonisti’: Nolan ci rivela la natura del suo personaggio, giocando con le parole inverse.
SATOR
Specularmente Sator è l’uomo del passato e del futuro: l’antagonista per eccellenza.
Del passato perchè questo lo ha forgiato nel mostro ‘di odio che degrada in disperazione’. Del futuro perché dal futuro egli ha ricevuto la missione e gli strumenti per annientare sé stesso e l’umanità. E la sua disperazione per il presente, il vuoto angoscioso a cui ogni attimo di questo presente si è ridotto a determinare le sue scelte.
L’unica sua ‘pace’ è togliere a tutti ciò che egli non può avere (chissà, forse anche un presente) proprio in quell’attimo in cui lui è stato felice, un attimo passato che ha continuato ad inseguire, invano, nel futuro.
Proprio per questo, non può stare nella stanza con il sé stesso ‘entropicamente invertito’, altrimenti si annienta.
Ha bisogno di due stanze: una blu e una rossa, non comunicanti.
Sator scaccia Sator, potremmo dire…
CHIAMALA, SE VUOI, REALTA’
“Neil: Non si può lasciare niente al caso.
Protagonista: Ma cambia se ci comportiamo diversamente?
Neil: È andata come è andata. È un’espressione di fiducia nella meccanica del mondo. Non una scusa per non far niente.
Protagonista: Destino?
Neil: Chiamalo come vuoi.
Protagonista: Tu come lo chiami?
Neil: Realtà”
In questa linea di dialogo, emerge la chiave di Tenet: come detto, il presente (nel suo ‘contenere’ passato e futuro, senza però farsene condizionare troppo).
Nolan ha ‘fiducia nella meccanica del mondo’; ha fiducia nella realtà.
UN PRIMO ‘BILANCIO’
Al solito, questa non è certo una ‘recensione’: è uno scarso torrente di suggestioni.
Lo spettacolo, l’azione, lo stupore di certe scene (come quella dell’aereo, sconvolgente); i colpi di scena -con la consueta ‘simmetria nolaniana’, un marchio di fabbrica ormai…- meritano tutti il prezzo di almeno un biglietto.
Sempre ‘freddo’, come quasi tutti i Nolan, ma non per questo profondo. Diciamo che le emozioni passano, con Nolan, sempre attraverso il cervello.
E poi le immagini, affreschi meravigliosi.
Uno su tutti: la ‘gloria’, la bellezza quasi ‘trascendente’ della costiera Amalfitana. Il luogo di un’apocalisse già compiuta secoli fa, rinato a bellezza ancor più imperitura.
Il luogo da cui è emerso un simbolo antico misterioso e divisivo.
Un simbolo in cui è inscritto, ancor più misteriosamente, quello a cui si aggrappa il mondo.
P.S. Per tutta una serie di motivi del tutto ‘indipendenti’, ho visto Tenet a Roma, da cui sono tornato ieri.
Ho avuto tempo per questa ‘recensione’, quindi, solo oggi.
Ma, andando a vedere ‘che oggi è oggi’, rilevo che è il 14 (un quattordici!) settembre e cioè la festa dell’Esaltazione della Santa Croce.
Un ‘caso’ anche questo (ammesso che il ‘caso’ esista).


Lascia un commento