Nota Roberto Bigini, commentando la statua di “Medusa” che “decapita Perseo”, appena eretta vicino al tribunale di Manhattan dove è stato condannato Harvey Weinstein, che ‘l’inversione del mito non produce “automaticamente” la verità’.
Niente di più vero: il mito capovolto resta mito ed è in questa sua funzione che viene sempre usato. Direbbe Girard che ‘satana continua a scacciare satana’, ma in un processo inverso a quello che mirabilmente lui stesso ha descritto: oggi la vittima sacrificale è usata in funzione dello scatenamento del caos, non per dirimerlo per acquietarlo in un falso ordine.
Così questa Medusa deve ‘rinascere’ per ‘pietrificare’ ogni ordine, a cominciare dall’ordine patriarcale (è ovvio), quello più elementare.
Simbologie per simbologie, quel che mi ha impressionato è -ad una prima veloce ricerca- il ritrovare Medusa a difesa delle mura di Dite, nel sesto girone dell’Inferno dantesco.
Per gli interpreti, questi sono fra i versi più enigmatici del Poeta.
Di solito, nelle lande infernali, Virgilio se la cava bene da solo nel mettere Dante al riparo: con questo Gorgone, Virgilio riesce a malapena a coprire gli occhi del suo compagno, mentre la salvezza arriva dal Messo Celeste, un Angelo, che provvidenzialmente abbatte il Gorgone e le Furie, consentendo ai due l’ingresso nella città-cimitero.
Che è il girone degli eretici…
Potente -potremmo dire- il contrappasso voluto da Dante: Perseo trionfò con le armi di Atena (la dea della Ragione) che a Virgilio, morto senza il lume della fede cristiana, non bastano. E’ necessaria qui quella fede che, non a caso, è messa gravemente a rischio nel girone degli eretici.
E Medusa, per alcuni commentatori, simboleggia nell’Inferno proprio l’eresia. Per altri la disperazione che, appunto, ‘paralizza’, come lo sguardo del Gorgone.
Per l’interpretazione più acuta e solida, intuita da Boccaccio, però, raffigura l’ostinazione.
Spiega l’enciclopedia dantesca Treccani: “il peccato di eresia in sé e per sé non consiste nell’opinione errata (“Haereticare potero, sed haereticus non sum”) quanto piuttosto nell’ostinarsi nell’errore anche dopo che esso è stato contestato e chiarito (“errare humanum est, perseverare dyabolicum”); gli eretici erano pertanto condannati ut pertinaces”.
E, curiosamente, “fra tutte le eresie quella cui più guarda Dante – come si chiarirà nel canto X – è l’epicureismo, che egli considera atteggiamento di vita sostanzialmente materialistico, e perciò inteso esclusivamente agl’interessi, passioni, affetti terreni e del tutto svincolato dal fine ultraterreno: il che ci riconduce appunto al Gorgone terrae cultrix”.
Ora Medusa ‘rinasce’, e pare portare con sè uno spirito epicureo del tempo non dissimile, colmo anche di mille ostinazioni che partono ‘dal capo’, oltre alla testa di Perseo, il campione di Atena.
O, se vogliamo, della sola ragione.


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