ΜΡ ΘΥ : Θεοτόκος, Theotókos, La Madre di Dio, fa capolino, dal nulla di un residuo di mosaico in Santa Sofia, a Instanbul.
La stessa chiesa ritornata moschea quest’anno, nel rilancio del Sultanato o di qualunque cosa Erdoğan intenda farne.
Un mosaico come questo richiede pazienza, perizia, visione che dal nulla sappia vedere l’immagine futura oltre la fatica, l’impegno, il tempo.
Un mosaico come questo trasuda fragilità, con i suoi piccoli pezzi, ognuno riflettente la luce in modo diverso e distinto, ognuno pezzo di materia a sè stante, composto con continue… soluzioni di continuità accanto ad altri, non fuso, ma accostato armonicamente.
Penso alla pena di trovare ogni tessera, anche solo staccandola da un pezzo più grande; alla pena di accostarla con dita sapienti accanto alle altre, sì che emergano drappi, sfumature del volto, fino all’iride stessa degli occhi.
Non un gesto, ma migliaia, uguali, ripetitivi per farla…
Magari sapendo che il tempo potrà abusarne in pochi attimi brutali e ridurla così: squarcio, crepa, strappo da cui la Madre spunta per guardarci con occhi malinconici dalla malta, dall’assenza che essa testimonia di altre migliaia di tessere perdute.
Sgualcita, strappata e decomposta, insomma dimenticata, la Madre rimane.
La liturgia cattolica la colloca nel crinale fra un anno civile e l’altro che segue, per segnarne l’inizio.
Ed Ella è questo, in fondo, Inizio.
Anche quando il tempo e l’incuria gridano da ogni lato, assedianti, la fine.


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