Oggi che il PCI fa cent’anni dacchè è nato, possiamo dire con una certa sicurezza che non è mai morto. E che, se vogliamo, si è addirittura ‘espanso’, divenendo un modello di pervicace, paziente, meticolosa, conquista del potere. Avendo sviluppato, nel suo DNA di Comunismo ITALIANO, quello che nessun altro approccio locale al socialismo è riuscito, fino in fondo, a fare: la capacità di cambiare pelle, di trasformarsi, di incarnare il vitalismo rivoluzionario e, quindi, il vitalismo della metamorfosi fine a sè stessa.
Merito indubbio dei due signori raffigurati nella foto, i gemelli -nel senso anche girardiano del termine- del PCI: Antonio Gramsci e Palmiro Togliatti.
Chi dovesse leggere tra le righe dell’articolo che ho postato qui sotto, si renderà ben conto della cosa e capirà l’allusione.
L’articolo però, esordendo con le menzogne togliattiane su un presunto ‘Gramsci del mito’, non si rende conto di quanto Togliatti, in fondo, abbia davvero seguito per molti versi la lezione gramsciana, anzi, la ‘via gramsciana’ all’egemonia, l’abbia fatta sua, pur non abiurando mai alla sua facciata di puro e duro, di stalinista.
Togliatti, temo, avesse capito tutto: e -se le insinuazioni dell’articolo dovessero risultare vere- favorendo la prigionia fascista di Gramsci, altro non fece che impedirle una -sicuramente più penosa- prigionia (o morte) in quel di Mosca: morte che non sarebbe stata più utilizzabile, appunto, in senso egemonico, con le finalità sempre ‘esecratorie’ di ogni fascismo a cui è servita la ‘vittima Gramsci’ nei decenni successivi.
Togliatti fu -non solo, è chiaro- anche un ‘esecutore’ e, anzitutto, un seminatore dei concetti gramsciani: l’idea di impiantare il giovane arbusto egemonico nella cultura italiana, nella scuola per poi farlo sfociare nella magistratura e nei quadri dirigenti, in fondo, anche dell’economia, corse di pari passo con quella esplicita rigidità di approccio alla conquista del potere, conquell’uso brutale del linguaggio sovietico che, per altro verso, spaventava i lontani e rinsaldava i più convinti compagni.
L’articolo di Piparo ci delinea, per contro, un Gramsci ‘liberale’, nemico del totalitarismo, che è -egli stesso- una menzogna, sia pure più sottile
Intrisa dell’attualismo gentiliano, la prospettiva gramsciana (nella sua ammirazione per i secoli delle Christianitas medioevale o, più rettamente, per il contesto egemonico diffusivo, ‘dei cuori’ che essa era riuscita a creare) non poteva non puntare che… al totalitarismo.
Un totalitarismo dal basso, anzi, dall’intimo, capace di approdare al socialismo attraverso la condivisione di stati di spirito, di aspirazioni collettive, di narrative popolari: il totalitarismo, insomma, nel quale ci troviamo a vivere.
Quello per cui va data per scontata, omaggiandola con tanti salamelecchi e petizioni di principio, la libertà di coscienza e di pensiero, di espressione. La ‘democrazia’…
Per poi -però- costruire una retorica del nemico non meno ideologica, feroce, espulsiva del dissenso, rispetto a quella canonica dei libretti rossi o dei ciclostile.
Non è un caso, davvero, che il PCI, mutando nome, abbia assunto nelle sue tre epifanie dal 1990 ad oggi, la parola ‘democratico’: il termine rappresenta l’idea, il grimaldello di tutto.
Ed è una sorta di ‘rapimento’ di quello stesso termine: per rendere l’idea, pensate a cosa succederebbe se -un gionro- a qualcuno venisse in mente di parlare del ‘Partito Democratico della Destra’….
Antonio trionfa, dunque….
Ma Palmiro è ancora vivo: nel pragmatismo, nella feroce e tenace forza con cui si mantiene il potere reale, politico ed economico.
E il PCI, cent’anni dopo, sta esattamente come il Pablo della canzone l’hanno ammazzato ma è ancora vivo.
Come cantato da De Gregori, appunto…


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