elogio dello stato gassoso

Vivendo nel ‘paese del vento’ (il promontorio di Pachino è esposto ad ogni prolungato fendente d’aria e, significativamente, l’angolo della piazza principale della mia Città che coincide con la Chiesa matrice è sempre tormentato dai venti o almeno da brezze in qualunque ora o stagione dell’anno), la capricciosità dei corpi nuvolosi è particolarmente elevata.

Ed è forse uno dei motivi per cui, stando a una ricerca di qualche anno fa, Pachino era uno dei posti più soleggiati d’Italia.

Sta di fatto che lo spettacolo dei cieli cambia sempre, in ‘guise’ (permettetemi la licenza…) sempre diverse.

In tre giorni, un turbinio di forme, colori e luci: qui sotto, ‘a strappi’.

Forse per questo, gli antenati guardavano al cielo: niente di più stabile e fisso sopra di loro ma, al tempo, sopratutto qui, niente di più instabile, umorale, scostante…

Intuiva il senso religioso umano e, con esso, la materia -acqua e aria- di cui sono fatte le nuvole, che dal cielo arriva la vita. Una vita che ci attraversa, di cui siamo fatti e che respiriamo. Ciò che da densità e turgore alle nostre membra e viscere; ciò che -respirato- accende le nostre energie e ci mette in moto.

Ma questo, pur toccandoci, attraversandoci, non possiamo mai ‘afferrarlo’: siamo solo ‘passività’ rispetto all’aria ed al vapore di cui siamo impregnati e che, in lontananza, disegna bellezze inedite, inenarrabili, indescrivibili. In apparenza effimere.

Nel Tabor della Trasfigurazione il Padre -Colui che ama e rispetto al quale non si può che essere amati- non a caso, si manifesta come una nube.

Luminosa: permeata cioè di quell’altro elemento che sostiene la vita della materia e, con essa, di ogni immagine del giorno.

Ne siamo attraversati, ma possiamo solo parteciparvi, senza iniziativa. Ad ogni tentativo di apprenderlo, di afferrarlo, di farne un nostro piccolo, insignificante ‘dominio’, Egli si dilegua.

E lascia dietro di Sè e dentro di noi la nostalgia.

Come l’immagine e la realtà, l’emozione irripetibile di una nuvola.

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