Davvero stimolante la lettura di Hanna Arendt: troppo peculiare (e legato ad intuizioni spesso folgoranti) il suo approccio alla politica per poterlo inquadrare o per potersi ‘appropriare’ del suo modus ratiocinandi.
A ciò contribuisce un certo ‘disordine’ che però non dispiace, poichè determina un pensiero capace di cogliere da diverse discipline (filosofia, storia, religioni) spunti che puntellano un ragionamento mai banale.
Appare quindi scontato, per una mente ed una personalità come questa, che ella abbia individuato nel totalitarismo il focus della sua critica e della sua battaglia intellettuale.
Folgoranti -e capaci di gettare una luce abbagliante sul nostro oggi che non è solo conseguenza il nostro ieri ‘totalitario’- sono le sue parole sul formarsi del concetto di società, questa tragica finzione, quest’assurda non realtà, frutto di fraintendimenti, malintesi.
Ma, sopratutto, ‘polo’ di quel dualismo tutto russoviano (non a caso la Arendt di fatto lo fa emergere dalla ‘critica’ che ne fa Jean Jacques Rousseau più che da un suo formarsi storico) che la vede contrapposta all’individuo.
L’idea di società -termine mutuato con ogni probabilità degli ambiti delle arti e professioni, ordinei religiosi medioevali, corporazioni o, appunto, societates, ed estensibile ad ambiti di tut’altro genere (artistici, religiosi, di lignaggio, di comuni interessi)- per la Arendt individua una spazio terzo fra famiglia (spazio privato) e spazio pubblico (tipico della polis), sostituendosi di fatto -magari proprio a partire da Rousseau- in una diade a quest’ultimo.
Nasce da lì il tragico equivoco della contrapposizione, tutta russoviana, fra individuo e società che è il portato di quello che la Harendt chiama conformismo: l’individuo intanto tende a distinguersi e a ritagliarsi spazi vitali propri in quanto la società è permeata da comportamenti, sempre più autostereotipantesi e, quindi, incancrenentesi in conformismo che annulla ogni diversità.
Il dramma -per la politica, ma non solo- è che un simile artifizio ha generato e genera ancora danni incalcolabili.
Il pensare ad una società -specie di massa, come la critica la Arendt- come una folla di automi nel creare questa dicotomia, schiaccia non solo i corpi intermedi, ma li demonizza: l’unica fuga possibile è la coltivazione della propria individualità.
Sicchè, nel tritacarne che si forma fra il martello del conformismo sociale e l’incudine del dovere verso una versione alternativa ad esso di sè stessi, si schiaccia ogni altra possibile via alternativa di rapporto fra gli esseri umani e di partecipazione politica.
Il pensare in termini sociali -e il suo gemello girardiano, allo specchio, l’individualismo esasperato- finiscono così con l’escludere ogni altra forma di relazione o rapporto.
Logico, quindi, che -in una prospettiva che vogliamo chiamare ‘socialista’- tutto ciò che è fuori dal bene sociale sia fuori, in concorrenza con esso.
A cominciare dalla famiglia: è ovvio che in una simile tenaglia, ogni ‘familismo’ venga considerato ‘amorale’. Laddove invece ‘amorale’, bieca e senza una logica è la stessa idea che una massa di individui classificati in base a criteri cangianti possa determinare la vita e la morte (e non solo col conformismo -che oggi tocchiamo con mano in modo sempre più spaventoso-, ma con la subordinazione del politico, della legge, al suo ipotetico ‘bene’).
Non a caso si parla di ‘morte sociale’: una morte virtuale che solo il conformismo in uso volta per volta ed epoca per epoca è in grado di comminare.
Risalire a questa elaborazione rende chiaro ed evidente il limite di ogni battaglia culturale odierna, su qualunque piano la si voglia condurre: essa è combattuta su un terreno immaginario, all’interno di un loop mentale.
Ed è ancor più chiaro che la ‘società’ -in qualunque modo la s’intenda- è il sostrato, la piattaforma immaginaria di ogni forma di totalitarismo, feroce, gentile, leggero o ideologico. Poichè porta con sè l’idea di un conformarsi della persona rispetto alla quale essa o si adegua o si ribella, senza che una terza opzione non sia data.
In questo senso, appare assai significativo che una studiosa appartenente, sia pure da agnostica, ad un ‘popolo ospite’, ad una irriducibilità come il popolo ebraico, se ne sia accorta, denunciandone genesi e combattendone gli effetti.
Presentissimi anche nell’oggi.


Lascia un commento