‘dignita’ del vivere’?

In cosa consisterebbe la tanto sbandierata ‘dignità del vivere’?

E certo che se osservi lo sguardo perduto nel vuoto, le piaghe che si estendono nel corpo perennemente coricato, la necrosi alle gambe, il putrefarsi di quello che consideri solo un involucro, un package scaduto, c’è un’apparenza di dignità perduta irrimediabilmente.

E certo che se ti fermi a considerare le parole sconnesse; se constati che il centro di ogni giornata consiste nel mero svolgimento di funzioni vitali elementari che non si possono più espletare da soli; se prendi atto che quell’essere dipende totalmente, c’è un’apparenza di dignità perduta irrimediabilmente.

Se, invece, pensando alla fine imminente, al passo verso l’ignoto che sta per compiersi, al consumarsi -anch’esso apparente- di ogni presenza, riaffiorano ricordi da condividere con chi va via o con chi sta lì con te.

Se ti guardi attorno per riapprezzare, ammirato, ciò che chi va via ha costruito e ti sta lasciando; se ti guardi dentro per ritrovare, commosso, come chi sta andando via ti abbia definito, plasmato; come in lui potrai -oltre le soglie stesse della morte- sempre specchiarti, molto capirti e spesso ritrovarti.

Ecco, se vedi oltre un’involucro che non è solo fatto di carne macerata, ma che è l’angusta siepe del tempo della sofferenza, dentro la quale pretendiamo di racchiudere, imprigionare anche noi, senza diritto alcuno, chi ci sta lasciando, la sua storia, i suoi ricordi, il suo amore.

Se non ti arroghi il diritto di misurare la dignità dell’umano con le categorie spietate dell’oggi, ogni momento vissuto, per quanto scomodo, inaccettabile, ributtante, intollerabilmente doloroso, te lo porterai sempre dentro e finirai col rimpiangere di non poterne rivivere ancora almeno un altro, fosse anche dello stesso tipo.

E’ questa la vera ‘dignità del morire’: non avere tutt’attorno la percezione che l’esistenza -quella dello Stato, dell’economia, della società, dei tuoi cari e, infine, la tua- voglia farla finita con te.

Percepire, piuttosto, che di te non ci sarà mai abbastanza: in questo mondo, prima che nell’altro.

* * * *

Quindi, domani, andate a vivere con i vostri cari la vostra domenica; costruite ricordi con i vostri figli o con i cari che vi stanno lasciando; tenete loro la mano, osservateli mentre dormono, per cogliere quel respiro che -prima o poi- vi mancherà.

Lasciate perdere e mandate al diavolo chi vuole che sia definitivamente dato alla tecnica -o peggio allo Stato- il potere di cancellarvi, convincendovi che anche voi lo volete.

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