ite, principatus est

Alla fine, leggendo l’ennesimo commento alla ‘Traditionis custodes’ che oggi ha, di fatto, commissariato la Messa nel Vetus Ordo ‘liberalizzata’ da Benedetto XVI, è possibile distillarne la chiave autentica d’interpretazione.

L’intento, cioè, egemonico.

In controluce -ma neanche tanto fra le righe ma DALLE righe stesse e dal loro significato- è chiaro ed evidente che siamo di fronte ad una stretta il cui obiettivo non è la Messa in latino in sè, bensì tutto quel contesto che si crea, che si creerebbe o che si potrebbe creare, tutt’attorno a questo tipo di celebrazione.

Il che, su un piano spirituale, non si può escluderlo come risultato nei cuori proprio della celebrazione in sè, della sua continuità nel plurisecolare cuore pulsante della Catholica, pur declinata in questi diversi secoli in differenti forme di cristianità.

Questa è un’operazione egemonica perchè non solo, inevitabilmente ed in ogni impasto di cui è fatto l’umano o a cui esso contribuisce, la dimensione del potere è inesorabilmente presente in una qualche gradazione, ma perchè tutto il documento è attraversato da preoccupazioni -appunto- egemoniche: il formarsi di gruppi, l’identificare la celebrazione in vetus ordo come ‘ricettacolo’ di ‘cospiratori’ contro il Vaticano II; la stessa modalità delle misure imposte, con controlli, controllini, incaricati ufficiali, riconoscimenti di gruppi.

Tutto un pullulare di lacciuoli che mal si concilia -ma che va invece visto ‘specularmente’- con la totale sbracatezza, disinteresse e menefottismo dei ‘controlli’ sulle messe in italiano, così ferocemente attraversate per decenni da abusi liturgici, fantasie, innesti, espedienti mediatici, narrativi ed altre amenità, da far risultare alquanto ‘ridicola’ la preoccupazione che questo documento esprime.

Apparenza, però, si badi bene, del ridicolo: c’è una coerenza (appunto, tutta egemonica, di quell’egemonia culturale che sta ammazzando la Chiesa Cattolica come ogni altro ambito politico e sociale) molto pronunciata, la cui base di fondo è la tragica banalizzazione di ogni azione liturgica.

Di quella del novus ordo, diventata l’occasione per una molteplicità talent show -da quelli oratorio-omiletici a quelli dell’innesto simbolico-spettacolare spacciati per ‘valorizzazione’ del popolo- e di quella del vetus ordo, ridotta in questa visione, appunto a pericoloso ‘rito iniziatico’ per scismatici da ‘destra’.

Detto per inciso: alcuni dei quali reagiscono, porgendo egemonia all’egemonia e così contribuendo allo sconquasso.

Alla fine, ciò che resterà è quanto vediamo tutti i giorni: un triste, vuoto, contrapporsi di involucri.

Tutto il contrario di ciò a cui, ogni messa, del vetus o del novus, dovrebbe condurci.

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