As usual, con le migliori intenzioni (“Le controversie si devono risolvere prima dello scontro militare” ovvero “rafforzare quel senso di comunità tanto fondamentale di questi tempi”), ‘ritorna’, nel centenario della sua ‘tumulazione’, la retorica sul Milite Ignoto.
Anche il Comune in cui abito si appresta a riconoscergli, come da invito dell’ANCI (l’Associazione dei Comuni), la ‘cittadinanza onoraria’, per “la ricostruzione del senso di unità nazionale”: proprio come allora…
Il che non è consolantissimo: passato un secolo, stiamo qua, ancora a ‘ricostruirla’… Senza -peraltro- avere inteso bene in cosa essa debba consistere, visto che -a trattare anche con moderato entusiamo certe tematiche- potresti sentirti dare del ‘sovranista’…
Ma quel che colpisce è, appunto, è il peso (anzi, i pesi, innumerevoli) che quel soldato si vede -da un secolo ad oggi- addossato: l’unità nazionale; il monito contro le guerre; il militarismo e … l’antimiltarismo.
L’iniziale messaggio -il sacrificio di centinaia di migliaia di italiani nel primo conflitto mondiale- si trasformò subito (anzi fu subito impostato, sin dalla proposta di legge) come grimaldello politico contro il morente regime liberale, per l’inettitudine con la quale la sua classe politica (e militare) condusse la guerra. Non a caso se ne impadronì subito la retorica fascista. Assieme… a quella socialista che, dopo aver avallato con ogni mezzo l’ingresso dell’Italia in guerra ‘per completare il processo dell’unità italiana, iniziato col Risorgimento’), si ‘rinsavì’, impugnando il Milite Ignoto… come monito di pace.
Insomma: già da allora, si trattò di un Milite un po’ buono per tutte le stagioni (e le ragioni) di ogni possibile retorica.
Non sorprende, insomma, che oggi lo facciano venir buono anche per altri scopi.
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Tuttavia, una cosa il Milite Ignoto -ovviamente, fuori dalla retorica, fuori dal mito costruito, come quasi tutti i miti, sul sangue- ce la dice e ce la conferma.
Quell’operazione arriva, appunto, a finalizzare una ‘rifondazione’: al compiersi della pienezza di un tempo caratterizzato dalla violenza, dal caos indifferenziante (la guerra al brigantaggio, il bienno rosso, i tumulti dei nazionalisti, lo squadrismo del sorgente fascismo), pagato il tributo di sangue pacificatore che ogni violenza indifferenziante pretende, andava ricostituito un idem sentire. Alla cui base, ovviamente, andava posta una vittima sacrificale.
La vittima -non a caso unica, non a caso ignota (non caraterizzabile, cioè, come appartenente ad una classe sociale, ovvero ad una delle tante regioni o Città del giovane Regno: insomma, non attribuibile ad un gruppo preciso che potesse rivendicare giustizia o, peggio, vendetta)- la vittima fu cercata… sotto la terra irrorata dal sangue di tutti, dai luoghi in cui tutti gli indistinti, accomunati dall’identica divisa del Regio Esercito si trovavano sepolti.
Forse (e sottolineo il ‘forse’) non mancarono precise ‘intenzioni’ in questo senso: nascoste, ovviamente.
Penso al ricorrere del numero 11: 11 furono i corpi recuperati dal fronte e dai suoi cimiteri militari; alle 11.00 in punto del 28 ottobre 2021 fu scelta fra le 11 bare quella del Milite che tutti avrebbe rappresentato.
Nell’esoterismo l’11 è considerato il “primo numero maestro”, essendo il primo di una decade numerica nuova (10+1: curiosamente, il Milite Ignoto partì da Aquileia per Roma lasciando sepolti di fronte alla Basilica della prima Città i suoi dieci ‘compagni’ non scelti)
11 sta a significare, insomma, un forte cambiamento a fronte di una grande forza: viene, guarda caso, associato alla spiccata ‘visione d’insieme’.
Quella che, per un cinquantennio prima di allora, aveva cercato la c.d. ‘Nuova Italia’.
La stessa che, cent’anni dopo, tenta di probabilmente di riaggrapparsi anche a quel mito per ritrovare qualcosa che possa tenere appiccicati i suoi tantissimi pezzi.


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