il doppio (ma mai mortale) grado della personalizzazione

Sento alzarsi il peso del senso di questi giorni.

Non chiedetemi come e perchè, ma è prima di tutto -appunto- un ‘sentire’, una percezione interiore, che quasi sempre è la spinta di quasi tutte le cose che scrivo qui, anche con eccessiva fretta: un’intuizione o poco oltre.

Vi contribuiscono ‘appunti’ sparsi dalla realtà.

Per esempio: siamo vicini al crinale di una potenziale svolta sul tema delle vita umana che è, anzitutto, il tema della morte, del procurarla e del giustificare ciò nel contesto dell’ordinamento delle cose umane.

Ecco quindi arrivare, sentite appunto, le ondate contrapposte: il video dell’ennesimo ‘lasciatemi morire’; le parole semplici ma al tempo efficacissime del Papa contro l’eutanasia; lo schierarsi degli eserciti legali nella battaglia del 15 febbraio davanti alla Consulta.

La densità, il peso di questo passaggio -ovviamente- deve vedere la Chiesa ‘appesantita’ sia da orpelli che da zavorre (comportanti uguali affanni) che la mettano in difficoltà con quei ‘pesi’ che solo il mondo sa realizzare.

E così spirano i due venti sul Papato, e la scena è raffigurata plasticamente da due modi opposti di ‘intervistare’ il Capo della Cristianità.

La prima intervista è lo stendersi del tappeto del mondo, la profferta dell’adulazione, la costruzione della mitologia del Pontefice solitario, della grande personalità che si oppone allo statu quo, alla sclerosi dell’istituzione, dell’ ‘ultimo socialista’ proteso titanicamente contro la konservazione.

La seconda intervista è il papello degli articolati di prova di un pool di avvocati tedeschi, la pioggia di migliaia di documenti, l’assedio delle domande alla memoria, il fucile puntato contro l’esitazione o la parola fuori posto; l’ansiogeno atteggiamento di chi, reclamando riposte, dichiara che esse comunque mai basteranno.

Il filo comune sta nella personalizzazione: il catalizzarsi della prima ondata su Papa Bergoglio e della seconda su Papa Ratzinger. Il ricamare ciascun dimandar come un abito sull’intervistato, filo per filo, tessuto su tessuto.

Il far emergere nella sua tragicità (reale certo, ma anche tanto fittizia, artefatta, smaccata e spacciata), una polarizzazione, una frattura che si vorrebbe far diventare voragine capace di autoinghiottire il Papato.

E le menti più acute (di certo il Thibon che ho appena riportato, ma anche il Franco Cardini dell’intervista di oggi, sia pure con toni critici verso il confiteor di Benedetto XVI, il Cardini che risuona degli echi del suo Medioevo) intuiscono che, dietro doppio attacco, nella convergenza dei due divergenti approcci del mondo contro il Papato, emerge la grandezza dello stesso.

Il ruolo dell’istituzione, il suo peso straordinario nel mondo, il suo prestigio, nonostante tutto, resistono e resisteranno.

Perchè il Papato pone da sè la domanda che il mondo rifiuta, rimuove, distrae: esiste ed ha un senso il Vicariato del Cristo sulla terra? non è uno scandalo che esso rappresenti, come istituzione, Dio in terra?

La stessa, prima (e ultima) domanda che Messori pose a Giovanni Paolo II, in un’intervista, passata alla storia.

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