il vortice dei tempi

“Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elia, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme”.

Lc 9, 30.


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Meno male che c’è la Scrittura ad aprirci squarci di pienezza e speranza, in tempi come questi in cui fra il ridicolo ed il tragico, si vanno preparando sorti deprimenti.

Il versetto di domenica -buttato in questa Quaresima direttamente dal Monte Tabor- ci ricorda non una sorte, ma una chiamata, una vocazione che ci porta al di fuori del tempo e delle altre dimensioni.

Una vocazione che ci restituisce, umani senza prospettive, angusti, piccini e capricciosi, ad un modo di essere ‘altro’, ad una possibilità di infinito.

Tutto ruota attorno alla parola ‘gloria’ che appare come una veste, ma una veste che attraversa la carne e l’anima; una veste che potrebbe contenerci e nella quale potremmo immergerci, attuando ogni impossibile.

A cominciare da questo: stare nel tempo e al di fuori del tempo; essere immanenti e trascenderlo, il tempo.

La gloria si manifesta assieme alla nube: che, nel mondo fisico, è quello stato gassoso dell’acqua che, come la gloria, appunto è respirabile ed assimilabile, ma dal quale si è al tempo circondati e ‘vestiti’. Immanenza e trascendenza…

Di acqua, in effetti, per la maggior parte è fatta la nostra fisicità: ma ne abbiamo bisogno da fuori.

E non mi pare sia casuale che, al culmine dell’abbandono da lui percepito del Padre, il Crocifisso abbia detto ‘ho sete’.

Nei versetti sconvolgenti, qui sopra, Luca scompiglia i tempi: due figure ‘del passato’ conversano con Cristo del suo futuro prossimo.

Ma lo squarcio su un’altra dimensione (ammesso che di ‘dimensione’ si possa parlare), lo apre la luce promanante da quell’Essere in veste di colpo imbiancata: la luce che attrae da un oltre le carnalità rifatte, ricostituite di Mosè e di Elia. Gloriose anch’esse.

Da dove esse ‘vengano’ non sappiamo: potrebbero essere state risucchiate dal passato, per essere inoculate della profezia grazie ad un prelievo dal loro stesso tempo.

Ma potrebbero essere il Patriarca e il Profeta ormai ‘alterizzati’, abitanti fuori dal tempo.

O, magari, in quest’ultima veste, entrambe le cose, essi cioè in entrambe le condizioni.

Ma, in ogni caso, Cristo è per loro il Presente.

Tempo e fuori dal tempo si uniscono nell’attimo e ‘nel tema’: l’esodo del Cristo, il cammino nel deserto (ancora acqua che manca e, con essa, l’eclissarsi dello sguardo del Padre e di ogni possibile segno o bagliore di umane virtù) della Passione.

E’ ‘troppo’, davvero, per noi: ci fa sentre bassi, schiacciati, striscianti.

Ma questa speranza è per noi: come per Mosè ed Elia.

Per vederla e percepirla, basta in fondo risvegliarla, svegliandoci.

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