stiamo ‘apparecchiati’ male

L’ennesimo step della deriva eutanasica italiana di oggi, nelle Marche (ammesso che di ‘deriva’ si possa parlare visto che l’eutanasia sta già bella e ormeggiata, mancando al definitivo ‘approdo’ solo il dato esplicito legislativo per ‘consacrarla’ laicamente) mi ha fatto riflettere a come, alla morte, ‘si arriva’

Riflessione stimolata dall’ultimo video di Messori: non percepiamo, in effetti, come il pensiero del morire, del NOSTRO morire, sia invero così insopportabile… da voler morire, pur di non pensarci.

Insomma, l’angoscia finisce sempre per alimentarsi, più che altro, dell’ignoto.

E cosa c’è di più ‘ignoto’ di quel ‘dopo’ -che in molti casi si traduce con un ‘se’- che si situa in un futuro in cui non ci saremo pur essendo oggi in grado di immaginarcelo.

Un coacervo, certo, di istinto ma anche di pensieri.

Un coacervo che, propro Messori ed altri prima di lui hanno dimostrato brillantemente, si rimuove, poichè insopportabile sarebbe solo pensarci.

Nel salto che tutti ci attende, ed in quella terribile ‘anteprima’ che è il dolore della malattia o dell’infortunio incurabili, dagli abissi dell’essere risuona una domanda che supera tutto: presenza dei cari, sollievo palliativo, bilanci di vita vissuta.

In questo salto si è ignoranti e, inesorabilmente, soli.

Oggi, e da almeno due secoli, più che mai, venendo sempre meno il conforto di una prospettiva, quella cattolica, che per secoli -accompagnando il morente e, quindi, riflettendo sulla sua condizione, a partire dalle coordinate certe fornite dalla Scrittura- ha costruito un sistema di appigli, quasi un ‘paracadute’ per quella solitudine.

Il salto non è evitato, ma l’angoscia è combattuta da una fede che si è saputa tradurre in insegnamenti concreti oltre che in sacramenti e sacramentali, quindi, in ‘spazi riservati, separati’ -quasi ‘camere di compensazione’- in cui è data per certa una Presenza (e anche più di una…) capace di accompagnare, attutendo la solitudine, donando un sollievo ‘altro’, che incide proprio sul livello ontologico che dicevamo.

Al margini di quel Settecento in cui questa deriva (forse la principale…) inizia e si diffonde, in quella Napoli di cui l’incombere della morte è forse uno dei ‘motori culturali’ più potenti ed efficaci, un giovane, già avvocato a 16 anni, si premurò -nella sua instancabile predicazione ai ‘semplici’ del Vangelo- di stendere un libretto agile ed accessibile che potesse ‘raggiungere’ tutti, con un concentrato di tutti quei ‘mezzi’ (verità e sacramenti), che l’esperienza della Chiesa aveva costruito.

Alfonso Maria de’ Liguori predispose una piccola ‘macchina’, uno ‘scafandro’ per i morenti (e per quegli ‘aspiranti morenti’ che, in fondo, siamo tutti da vivi): un libretto che chiamò, appunto, ‘apparecchio’ per dare l’idea e la sostanza di una preparazione profonda, che inizi ben prima dell’Appuntamento.

Ecco: noi oggi, stiamo ‘apparecchiati’ proprio male, perchè rifiutiamo di prepararci.

P.S. Curiosamente, ma neanche tanto: di quel Dottore della Chiesa, poliedrico ed instancabile (compose ‘Tu scendi dalle stelle’, derivato da ‘Quanno nascette Ninno’ composta con testo in napoletano), si ricorda un solo caso di bilocazione.

Il 21 settembre 1774, mentre celebrava la messa, all’improvviso rientrò in camera e si gettò sulla poltrona, restando immobile per tutta la giornata e la notte successiva.

L’indomani ‘riavutosi,’ disse ai suoi confratelli di aver assistito il Papa nei suoi ultimi istanti.

Papa Clemente XIV, il 22 settembre, alle sette del mattino passò a miglior vita: nello stesso momento in cui Alfonso riprese i sensi.

Quando si dice, una Presenza…

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