credenti e credibili

Per un’occasione importante e bellissima, mi sono trovato ieri a Canicattì, proprio il giorno della vigilia della beatificazione di quel suo illustre figlio, Rosario Livatino.

E proprio nel posto in cui tutto, almeno ciò che conta nella scia di santità che la Catholica ha voluto certificare con la cerimonia di oggi, è davvero iniziato: la Cattedrale di San Pancrazio, Santuario del Sacro Cuore, nella città vecchia costruita sulla collina che domina il paese.

E proprio il luogo preciso: il fonte battesimale in cui, lavato il peccato originale, ebbe corso la vita di quel cristiano esemplare.

Giustamente, risulta arduo dividere il credente dal magistrato, il cattolico dall’uomo dello Stato: non a caso il lievito del Vangelo deve far tutt’uno con l’impasto di cui siamo fatti.

Quel che colpisce di Livatino (e colpisce dolorosamente, con un retrogusto tragico, proprio se guardiamo alle penose cronache di queste settimane) è il fondersi della solitudine del credente con quella del magistrato.

Il magistrato, alla fine della fiera, è sempre profondamente, disperatamente, prometeicamente solo: schiacciato dal riprodursi di dilemmi logici, giuridici e di senso comune, nel cercare di buttar giù, su una carta che dovrà valere tanto, una sentenza. Il tutto magari mentre fuori infuriano bufere personali, mediatiche, oltre alle spinte e spintarelle.

Il proporsi di Livatino in questi giorni stride alquanto con il leggere di congreghe, scambi, del vorticar di soldi, favori e -chissà- anche marchette varie. Stride forte con l’irrancidirsi di rapporti, con scorrettezze varie, con irritualità malamente giustificate da figuranti tutti d’un pezzo. Stirde con questa esibizione volgare e brutale del potere, a cui un silenzio sempre più imbarazzato conferisce il retrogusto del ridicolo.

Stride con il disintegrarsi, il polverizzarsi della credibilità, nel suo complesso certo, ma sopratutto di quella che, alludendo a sè ed alla sua funzione, il Beato Rosario invocava nell’ormai celeberrima frase.

Frase abusatissima, nel milieu ecclesiale, da quegli anni in poi: un milieu che, neanch’esso, sfugge da ‘buttanisimi’ vari, anzi ne ne permea tanto, forse troppo. Sotto simili, imbarazzati e ridicoli silenzi.

Se Rosario Livatino è diventato Beato lo deve certo al martirio -che fu prima di tutto, del dovere, perchè il martirio del dovere prepara, precede, consolida e da forma a quello del sangue- ma lo deve prima di tutto al credere: non c’è una credibilità che possa precedere l’essere credenti.

Il credente (quello cristiano), piuttosto, è tale poichè crede in ciò che -a vista umane- è tutto tranne che ‘credibile’: la Resurrezione dai morti di un essere umano, il Nazareno che chiamavano Gesù.

Ecco, in questo senso la credibilità ‘precede’ la fede o, meglio, il suo propagarsi: nel dare conto, contro ogni evidenza ed avversità, di ciò in cui si crede.

E’ bello sapere che un magistrato e un giurista (lui, come Ambrosoli ed altri) può vivere questa realtà sulla propria carne ed offrire, oggi, un’alternativa, proprio in tempi come questi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *