C’è nelle opere di Renè Girard, il filosofo ed antropologo francese morto quasi quattro anni fa, quasi la piena evidenza di un solco tracciato per seminare ma, prima di tutto e non solo in funzione della semina, per scavare, per dissotterrare, per andare alle radici dell’avventura umana.
Il campo etnologico, etologico, psichiatrico e filosofico (e, non ultimo, letterario) sarebbe un campo vastissimo, capace di scoraggiare una simile impresa: eppure -leggendo- hai davvero la sensazione che Girard lo abbia vagliato a fondo, palmo a palmo, anfratto per anfratto, con la sua straordinaria erudizione.
Ed è probabilmente per questo motivo che il rispetto verso quel grande -incluso il ‘rispetto’ di certa cultura che, anche per la solita paura fottuta di confrontarsi, usa per manifestarlo il silenzio- appare unanime.
Più acuto è, invece, il sospetto che Girard abbia scoperto gli altarini di ogni cultura: soprattutto nel senso letterale del termine.
Il che è davvero motore di rimozioni, più o meno esplicite: perchè parlare di ‘rivalità mimetica’, di assoluta uguaglianza fra ‘violenza cattiva’ (quella derivante dalle rivalità) e ‘violenza buona’ (quelle unanime verso il capro espiatorio) come processi fondatori di ogni cultura umana; di tratti che accomunano, insomma, l’uomo primitivo all’uomo contemporaneo, significa davvero ‘chiedere troppo’ al lettore, alla sua corda sociale, religiosa, politica e -ciò che davvero brucia- intima e personale.
Tant’è che, ogni tanto, fa capolino la domanda: se quella di Girard fosse un’altra chiave ideologica, come tale da rifiutare? Domanda respinta dopo qualche paragrafo dal senso di profonda vertigine che sale dopo l’ennesimo ribaltamento, l’ennesima conferma fattuale, scientifica.
Non si sottrae a questo neanche il giudeo-critianesimo, che pure è l’ultimo approdo dello studioso e dell’uomo Girard: sul versante della religione cristiana le intuizioni di quell’antropologo sono incredibili, spiazzanti.
A partire da quei pensieri su ‘satana che scaccia satana’ in cui è riassunto il potente meccanismo della cultura (e di tutte le culture) della violenza che eternano loro stesse.
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Girard pare davvero aver svelato le ‘cose nascoste fin dalla fondazione del mondo’, che gli imprimono le forme del tragico esattamente rimanendo nascoste. Le cose che i Vangeli hanno rivelato e che l’antropologia girardiana ha riesumato, spostando ogni singola pietra testuale dalla pira sacrificale che -attraverso le scienze umane moderne- ha tentato di nuovo di mistificarle, cercando di demistificarle.
La sua antropologia è davvero ‘apocalittica’, ‘rivelatrice’: sin dal momento in cui ci dice che la vera rivelazione sull’uomo sta in quei Vangeli che vengono, un po’ ridicolamente, tacciati al contrario di nascondere chissà quali significati esoterici, chissà quali rigagnoli carsici di verità per soli ‘iniziati’.
Il Nuovo Testamento e -in una forma terribilmente ma non meno commoventemente pedagogica- l’Antico sono un cammino di progressiva liberazione dal circolo vizioso della violenza, della sua sempre più esplicita e clamorosa denuncia.
Questo cammino continua ancora, da secoli, sotto i raggi illuminanti del Paraclito, e saremmo degli sciocchi -ancora figli della violenza- se non vedessimo all’opera su noi stessi, nei nostri ambienti, nella nostra società e persino nei rapporti fra le nazioni quanto dobbiamo progressivamente scrostare via.
A questi ‘raggi’ Girard ha dato il conforto del vaglio sul campo, scavando solchi-sentieri che vale la pena continuare a percorrere.


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