Quando leggi certi articoli , ti chiedi se chi pensa a queste cose conosce o meno la natura umana. E, in particolare, quel nostro inevitabile approcciarci al reale e all’irreale, all’immateriale, anche e soprattutto attraverso i sensi e, quindi, la corporeità.
Poi mi rispondo da solo: la conoscono, eccome, la natura umana, perchè il loro disegno è ‘superarla’ perchè, diciamolo senza ipocrisie di sorta, ogni giorno che passo percepiamo qui ed altrove di esserne davvero stufi; di anelare a ‘qualcosa’ che trascenda la nostra miserabile condizione (‘nostra’ per modo di dire, perchè tale condizione è sempre dell’altro e ci pesa perchè ce l’ha l’altro); aneliamo al ‘futuro’, ad un essere non più ‘appesantiti’, a mettere tutto sul ‘cloud’ da cui pescare con leggiadria qual che serve quando serve o secondo il capriccio.
Il ‘Giudice-Robot’ o il sistema francese ‘Predicitive’ non sono, quindi, che frasi ad effetto buone per far passare quest’idea di ‘futuro’; per incalanarci nel solito, stucchevole mantra del ‘progresso’; per farci ‘sognare’ chissà quali alleggerimenti, in questo caso di ‘carichi pendenti’, civili o penali…
Ma col fine di sradicarci, con sottile violenza, dall’inevitabile nostra condizione che ci obbliga a relazionarci con un nostro simile, per ottenere quello che pensiamo ci spetti.
Il tuo simile è ‘inevitabile’: ti si para davanti per ostacolarti; e -per liberartene- in un sistema che non implichi la violenza, hai bisogno di rapportarti almeno ad un altro simile che decida ‘chi fra voi due’.
E gridiamolo almeno noi giuristi (se un minimo di pensiero ‘attorno’ al diritto abbiamo voglia di farlo): abbiamo bisogno ancora di un rito per farlo; abbiamo bisogno di qualcuno che ‘medi’ questa violenza che spesso ascoltiamo nei nostri studi, intrisa di rabbia, di pianto e (in casi estremi) di stridore di denti; una violenza che se fosse lasciata sè stessa (e così sta riavvenendo sempre più…), distruggerebbe tutto, mediatori intermedi e finali compresi.
Abbiamo bisogno di qualcuno che vesta materialmente (immaginarci così vestiti, nel civile, vale quasi uguale) un cencio nero che inghiottisca l’inferno che si cela dietro ogni diritto o dovere preteso, affinchè ne emerga, con la nostra voce, più o meno depurata, una domanda di giustizia e di giustezza; affinata e precisa, spurgata.
E abbiamo bisogno di un mediatore finale che faccia inghiottire dal suo cencio nero ciò che, inevitabilmente, inesorabilmente, esce sempre di spurio anche da noi, ‘mediatori intermedi’, da noi ‘sacerdoti di parte’; e ci restituisca ciò che chiamiamo una ‘sentenza’, una parola finale, mirata perchè affinata dalla ragione e dalla sensatezza; una parola che costituica un argine serio contro quella promessa di violenza, piccola o grande, che si cela -minacciosa perchè contagiosa- dietro ogni lite o controversia.
L’algoritmo, il ‘molto english’ deep learning (‘lettura profonda’, perdonatemi, di parole come se fossero numeri)… che ne sapranno mai loro? come potrebbero ‘sapere’, ‘gustare’ anche il gusto amaro di ogni causa?
Come potrebbero mai affondare lo sguardo dentro un ‘recinto sacro’ che si costruito per secoli, anche se -per una folle insensatezza- venissero a sostituirci o solo a pensare di adiuvarci, in quel futuro che appare sempre più finalizzato a se stesso?
Un futuro immateriale. Che somiglia tanto ad un non-futuro.


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