L’articolo che Aldo Vitale ha scritto su Tempi, giorni fa, all’indomani della strage di Parigi, sul testo e i significati di Imagine, la celeberrima canzone di John Lennon, ha scatenato un putiferio di feroci commenti sul sito di quel giornale, pochi o nessuno dei quali sono entrati nel merito di quanto l’autore ha scritto. Fa davvero impressione, e un po’ paura, la violenza verbale suscitata da un testo che -in fondo- si è limitato a proporre solo una sintetica lettura cattolica dei significati di quel brano. Ma lo sappiamo già: ad aver fatto detonare questo sproloquio social-mediatico è stato esattamente il tentare di proporre una lettura cattolica di quel brano. Che sarà stato mai, insomma? Perchè gliene viene un male così intollerabile, a tanta gente, da un’analisi precisa, puntuale ma pacata di quella che, in fondo, è una canzone di musica pop? Ci deve essere qualcosa di più profondamente inconscio, di meno razionale della semplice -legittima- difesa di un “testo sacro” del pop e dei suoi significati espliciti. Qualcosa che va aldilà del “messaggio peace and love” contro il quale Vitale avrebbe profferito la sua ben documentata “bestemmia”… Lo suggerisce, anzitutto, la constatazione di un corto circuito “emozionale”: tanti estimatori, laudatori, ammiratori ed adoratori di Imagine avrebbero dovuto reagire, coerentemente al testo di quel brano, con appunti pacati, con espressioni (e magari emoticons) di velata tristezza, con cuoricini spezzati e -magari- porgendo all’autore un fiore da mettere nella bocca del suo “cannone dogmatico-ideologico”. E, invece, come detto, la reazione è stata di tutt’altro tenore. Temiamo, dunque, che, in contesti para-violenti (come, ad esempio, nelle assemblee dei loro condomini), molti di questi defensores dei “valori” di Imagine, non se ne uscirebbero di sicuro con espressioni di affetto e di mitezza verso chi volesse scroccare sulla quota di manutenzione dell’ascensore o sul costo del gasolio per il riscaldamento. Nè sarebbero pronti a “rinunciare” al loro affinchè, nella palazzina, trionfino l’armonia e la serenità sopra la triste conta dei millesimali. Questi ultimi, infatti, sarebbero sacrosanti “diritti” (sebbene individuali): mica “valori scaduti” come quelli delle religioni, della patria o…. della proprietà (epperò mi correggo, i millesimali hanno a che fare con la proprietà, condannata da John Lennon nella sua toccante immagine di un mondo perfetto). Pare assodato, insomma, che Imagine -in chi la ascolta e la difende a spada tratta- non sia riuscita nè riesca a suscitare analoghi sentimenti; e che, sotto questo profilo, non sia servita nè serva a niente. E allora, perchè difenderla con tale incongrua virulenza? Perchè, in effetti, Imagine -confessiamolo- in quei tre minuti e 4 secondi, svolge una funzione ansiolitico-morale insostituibile: ci fa sentire più buoni. Anche noi siamo “capaci” – in quei tre primi e quattro secondi- di aderire ad un mondo in cui stiamo bene, in cui non abbiamo bisogno di nulla (nè soldi, nè case, nè auto; ma neanche fedi, scopi e obiettivi per cui spenderci), un mondo in cui l’armonia con gli altri non è una faticosa conquista (non solo verso il prossimo, ma anche verso noi stessi) ma uno stato dell’anima che ci eleva al rango degli angeli. Imagine -potere delle note musicali che obnubilano il pericoloso raziocinio pratico e morale, conducendoci e dondolandoci in una distinta dimensione- ci porta “altrove”, in quello stesso mondo che descrive, laddove noi ci vediamo non solo “felici” ma anche capaci di far felici gli altri, senza che questo ci costi la benchè minima fatica. Ci porta insomma, in una sorta di pacchia etica. Basta cantare insieme, appunto, Imagine con l’accendino acceso e sorridersi con chi ci sta vicino (o chi si immagina vicino, quando si è da soli) di quel sorriso un po’ fanciullesco, un po’ ebete che abbiamo dopo averla cantata, ed il gioco è fatto. Per circa trenta secondi il mondo è fuori e l’amministratore di condominio può essere nostro fratello. Imagine, insomma, è un “viaggio”: non è un caso che l’abbia scritta quel John Lennon che di “viaggi” e “trasporti” se ne intendeva. E, potenza della musica, essa incide nella sfera personale nella quale albergano le emozioni. Chi tocca Imagine, insomma, apre in modo improprio e sacrilego un “portale” dal quale esse eruttano incontrollate. Ciò che ne viene fuori non è spesso, leggiamo fra i commenti all’articolo di Aldo Vitale, aderente alla realtà irenica di Lennon. Ma -anche nel suo prorompere più o meno volgare di insulti e prerifrasi ben studiate per umiliare l’avversario- è frutto di quello che l’estimatore della canzone sente essere “il bene ed il bello”: sicchè egli -appena gli toccano la canzone- si avventa come un eroe con tutti i mezzi che ha per difendere cotanto patrimonio, certo di essere rivestito di una corazza di luce che “nobiliterebbe” persino le peggiori calunnie o insulti. Ma, ovviamente, analizzare con un minimo di senso critico Imagine (questo totem in cui sono inscritti i versetti di un testo nichilista, che s’illude di cambiare tutto solo eliminando le cose che non piacciono), significa essere riportati alla realtà, depotenziandone gli effetti allucinogeni. E, come pare evidente, la realtà -specie quella realtà che narrazioni alla Imagine hanno contribuito potentemente a creare e mantenere- è per lui sempre più intollerabile, sempre più schifosa ed assurda. Sicchè -come nelle viscere di un uroboro che si morde la coda e di avviluppa su sè stesso- si rende necessario esorcizzarla “sperando in un mondo migliore” e… ritornando ad ascoltare Imagine, “again and again”. Non è un caso che, invero, questo brano spunti fuori dopo attentati e stragi internazionali: ci fa sentire “giusti”, “belli dentro” e pieni di “speranza” anche se abbiamo sbagliato tutto, impedendoci che ci possa solo sorgere il dubbio che, davvero, abbiamo sbagliato tutto. Non pare neanche un buon segno cantarla: significa aumentare le possibilità le cose rimangano come erano l’ultima volta che l’abbiamo cantata.


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