i giorni di roma e il limes

Vedo che oggi molti celebrano la fondazione di Roma: fra questi molti, tanti amici cattolici lo fanno, molti di più rispetto agli anni passati. Dovrebbe essere una celebrazione pagana, ma non lo è nè lo sarà mai più. E non certo solo perchè l’Urbe è la capitale della cristianità: Roma richiamava l’eternità da ben prima, aveva inscritto in sè da molto tempo l’appellativo di Città Eterna e le vestigia della sua storia -conservate, certo, ma anche usate dal cattolicesimo- si erano proiettate nei secoli a venire ben aldilà del suo diventare la dimora dei Successori di Cristo. L’ipoteca sul tempo posta da Roma ha davvero tante ragioni: troppe da poter essere elencate qui. Non è solo questione di una certa idea dell’impero e del dominio geografico; non è solo il propagarsi, su tutte le province romane, dei fasti architettonici e tecnici che tutti apprezziamo (l’esultanza per la recente liberazione di Palmira dal Daesh, ne è un esempio). C’è, ovviamente, dell’altro: credo che Roma viva oggi in noi, sia pure con una sempre più crescente agonia, per ragioni più profonde che un’eredità di trionfi politici, militari o artistici. Questa ragioni hanno a che vedere con il limes, con i confini: e non solo con quelli che le cartine geografiche dei liberi di storia, pagina dopo pagina, hanno visto allargarsi per poi decrescere e sparire. Il vero limes romano, il vero lascito alla nostra civiltà è sempre stato il diritto e quanto nel diritto è insito: il senso del limite. Un mio amico bene ha descritto il dato costitutivo della grandezza di Roma, il suo genuino DNA: l’immagine di Romolo che traccia -forse, ma neanche tanto, nella leggenda- con un bastone il segno del confine fra la sua terra e quella di Remo. C’è in questo rinchiudersi dentro uno spazio e in questo dargli un connotato di inviolabilità, un valore eterno: l’uomo ha bisogno del limite. E ciò è valido per la politica ed il dominio del potere come per quanto è più intimo e concreto, vicino all’essere umano: la proprietà. Nella tragicità dell’omicidio di Remo, che aveva violato quel limite, e nella legittimità di quell’atto violento di difesa (che i prosperi secoli della discendenza di Romolo sembrano premiare con un sempre maggiore successo, contrariamente -mi viene da pensare- al gesto di Caino), sta tutto il dramma del diritto: esso vive se è anche giustizia, se se ne fa portatore, se è sentito come baluardo di uno spazio umano, non necessariamente fatto di oggetti, spazi vitali, possibilità di benessere materiale; di uno spazio, insomma, fatto di libertà, di protezione e di stabilità interiori. Ed esso vive facendo percepire la violenza di cui si fa portatore, giusta e doverosa. Il Cristo che subisce il processo senza battere ciglio, che appare davanti a Pilato senza contestare la legittimità del suo essere costituito quale giudice di un innocente, ci pare accetti anche un verdetto iniquo e tragico (nonchè, alla fine, ‘drogato’ e ribaltatore, poichè una prima istruttoria, serena e non condizionata dall’esterno, il giudicante “non aveva trovato nulla di male in quell’Uomo”), poichè è l’Autorità umana costituita a darlo. E da lì, l’eredità di Gesù ed i suoi stessi eredi, vengono essi stessi ‘consegnati’ alla storia di Roma, attratti come una calamita irresistibile verso le sue case ed i suoi palazzi, per innestarvisi, per vivificarli e venirne -al contempo- ‘edificati’, ‘strutturati’ quasi ‘ingabbiati’, a partire dal respiro normativo che assume buona parte dell’insegnamento cristiano. Da lì il legame diventa indissolubile e se Roma finisce per cadere e per dissolversi non è certo perchè quei credenti l’hanno resa imbelle, ma perchè ha smarrito sè stessa, votandosi all’arbitrio dell’imperatore di turno, largheggiando in concessioni ai culti orientali, aprendosi troppo verso un potere illimitato, rendendo -insomma- quel limes di cui abbiamo parlato una fanghiglia permeabile e liquida. Paradossalmente, l’ultimo rantolo della grandezza che fu e che ancora -anche se sempre meno- ci ispira lo conserverà proprio il cristianesimo, con il codice giustinianeo, colonna dorsale dell’ultimo impero che potrà dirsi romano… Sì: Roma ci dice ancora molto e vorrebbe dirci ancora tutto. Specie in questa che appare essere una fine, a suo modo, contrassegnata da liquidità culturali, sociali e normative. Una fine in cui, in discussione -ormai disgregato e malandato- appare essere proprio il senso del limite (sì che debba discutersi, ad esempio, se in casa propria ci si possa difendere da chi la invade, perdendosi in distinguo e sofismi) e, con esso, un diritto che appare sempre meno giusto e che appare rendere sempre meno giusta -ed ‘autorevole’- l’Autorità che lo somministra e lo maneggia. La Roma del ‘mondo di mezzo’, resa ‘Mafia Capitale’ (dove quel ‘capitale’ sembra più alludere ad una pena definitiva…); la Roma del disastro della politica, immiseritasi in un conteggio di scontrini e di festini cochon in maschera; la Roma che aveva steso le strade nel mondo fino ad allora conosciuto, piena di buchi nelle proprie vie: questa Roma che mortifica sè stessa e pare, dopo tanta eternità, finalmente ‘morire’ è un triste spettacolo e, forse, un oscuro presagio.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *