Mi porto dietro -da Milano, quindi da un ‘altrove’- queste due prime letture di Roberto Calasso, ricavandone un senso di pienezza incompiuta. Nell’acquisto deve aver giocato un ruolo, e non di secondo piano, il riesplodere cruento del conflitto in terre intrise del sacro.
Calasso è uno straordinario scrittore, dalle intuizione profonde e difficilmente eludibili (il che non vuol dire che non siano contestabili), dall’erudizione indiscutibile, che però non lo rende esente da letture spesso un po’ ingenue della Scrittura.
Questo ‘Libro’ (ben più che che i pensieri sparsi, propri ed altrui, sull’Agnello del Polittico di Gand, pubblicato postumo, che pure può bene far da chiave al primo) è un’originale cavalcata la cui road map è il Sacrificio e nella quale gli echi di Girard (mai citato) sono indiscutibili.
Calasso affonda la sua riflessione sul proprium d’Israele, contribuendo -e per per me è assolutamente un merito- a sganciare dalla cronaca e dall’arida ricostruzione storico-politica una vicenda che pare sceneggiata altrove.
Geniale è l’aver colto -nelle richiesta a Jahvè, da parte del suo popolo, di un re ‘come quello di tutti gli altri popoli’- il senso di una gelosia e, e al tempo, di una concessione che da Dio stesso viene: quella di un potere separato nel secolo.
Suggestivo, ma non meno vero, è l’aver additato l’evento dell’Olocausto (e mai nome fu così ‘azzeccato’ in tale ottica), il sacrificio i cui effetti si ribaltano su Isreale e sul popolo ebraico. Non la -riduttiva- lettura alla ‘Industria Holocaustului’ di Norman G. Finkelstein, ma il riemergere del fiume carsico del sangue (e dei fumi) sacrificali: come se da una pira, per di più pagana come quella nazista, fosse stato acquisito del, largo, larghissimo ‘credito’ nei confronti della storia; e non solo di quella a venire.
Seducente, la tesi del peccato originale come ‘inizio della coscienza’, sebbene errata, nascendo piuttosto la coscienza con l’ascolto del divieto di cibarsi dell’Albero.
Illuminante, per finirla con gli estratti, l’interpretazione del modo in cui ‘il Regno di Dio subisce violenza’: anche qui, riecheggiando Girard, Calasso lega la vicenda del cristiano, la sua partecipazione al Sacrificio per eccellenza, al suo scopo ultimo: limitare, contenere, cancellare le violenza dell’uomo sull’uomo. Il Regno, insomma, ‘subisce’ violenza perchè l’assorbe, annullandola.
Si potrebbe molto continuare, ma mi fermo ad un ultimo spunto: ciò che manca…
Manca il Messia, a cui -sbrigativamente- Calasso dedica le poche pagine finali; Cristo (e i Vangeli, ripresi solo sporadicamente) è il grande omesso, pur facendo capolino.
Troppo difficile, rileggere -anche genialmente- il Libro di tutti i Libri, quando cerchi di farlo anche con la lente della Buona Notizia…


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