Lo spezzone dell’intervista di un’abbastanza sprovveduta giornalista di Sky con Paolo Sorrentino rimbalza un’immagine ‘deludente’ del regista: senso di noia, i soliti luoghi comuni barbaradursiani sull’ “amore” che il ‘Vaticano’ combatterebbe in troppe forme; un giudizio abbastanza banale sul cinema di Fellini.
Certo, anche le domande conterebbero in un’intervista: diciamo quindi che Sorrentino non è stato molto ‘stimolato’. Così come potremmo cavarcela dicendo che certi autori ‘parlano’ -o vogliono farlo- solo con i loro film.
Il filo conduttore dell’opera sorrentiniana, mi è parso di capire, è il ‘potere’ in tutte le sue declinazioni. Il potere politico, con ‘Il Divo’; quello dell’industria culturale con ‘La Grande Bellezza’; quello dell’eros in ‘Youth’ e, adesso, quello della religione -e anche quello mediatico- nelle due serie sul Papato.
Per ‘esorcizzarlo’, per ‘abbassarlo’, Sorrentino ricorre al sarcasmo fino al grottesco; si appoggia alla miseria -fisica, morale, intellettuale- umana dei suoi protagonisti; espone l’ipocrisia di ogni retorica; viviseziona ogni retroscena, usando l’immagine come un’arma da guerra.
Ogni scena impatta visivamente e simbolicamente, sottolineando -per adesione o contrasto- il dialogo ovvero agendo da sè, come affresco da imprimere nella memoria.
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A colpire nelle due puntate che ho visto di ‘The New Pope’ -anche questo inglese, non tradotto, la dice lunga sul senso dell’operazione- è il dualismo che s’insinua in ogni sotto storia e in ogni scena. Sir John Brannox, il futuro nuovo papa, è un gemello sopravvissuto alla tragedia in cui è morto il fratello; il precedente conclave vede fonteggiarsi specularmente due Cardinali, Voliello e Hernandez, che portano entrambi il volto di Silvio Orlando, ma che rappresentano la paura del primo di assumere il comando supremo del papato, perdendo il ‘potere cardinalizio’ di agire dietro le quinte.
E Sorrentino, come ha notato la Bussola Quotidiano oggi, in mezz’ora liquida come ‘lussurioso pauperismo’ una cera idea del Papato oggi in voga, derubricandola nell’ennesima forma retorica a servizio del potere. Così sarà per la ‘via media’ incarnata da Papa Brannox, ne sono certo…
In tutto aleggia, come un fantasma, come una visione il ‘Papa soprannaturale’, quel Lenny Belardo che, col corpo in coma e senza il suo insostituibile muscolo cardiaco, appare a tutti come coscienza nascosta, come eco di una santità che ‘tenta’ (al bene?) i singoli protagonisti.
Sorrentino, insomma, ‘gioca’ con il Papato, con la Chiesa e pensa, maneggiandone leggende nere e bianche, mescolandole, di fargli fare la stessa ‘fine’ di ogni potere da lui illustrato: di dimostrarne l’inutilità, l’essere fine a sè stesso, in un nichilismo assoluto.
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Ma anche questo ‘sapiente’ della macchina da presa non ha nè avrà ‘presente’ il vero ‘potere’ della Chiesa: quello di far ‘presente’, appunto, il Dio cristiano nelle nostra quotidianità e nella storia.
La colomba che porta via il testo già scritto, oggetto di ‘traditio’ dal card. Voliello a Papa Francesco II, è simbolo di uno spirito che da un colpetto alle cose e poi va via; non è Presenza che permane, non è Fuoco che sosta sopra il credente, sostenendone la vita.
E -nella già celebrata sigla, con discinte e bellissime suore che ballano avvinghiate ad un altare sormontato da una croce fluorescente- la luce psichedelica del cinema non riesce ad illuminare il vero cuore nascosto (che non è il cuore di Lenny Belardo): il tabernacolo resta al buio, discreto come sempre, ma PRESENTE nel suo nascondimento.
Esso ed il suo prezioso Contenuto confondono ancora una volta le Potestà e Principati di questo mondo, celebrati Sorrentini compresi: contenendo il vero ‘potere’ della Chiesa, la presenza reale del suo Signore.


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