il riflesso e il pericolo

In moltissime civiltà arcaiche lo specchio -inteso anche come il riflettersi della propria immagine, anche nell’acqua- provocava autentico terrore. Come lo provocavano i gemelli, che quasi sempre venivano eliminati.

Echi di questo ‘terrore’ potremmo benissimo ritrovarli nel mito di Narciso, là dove il suicidio -per l’essere- parte dal volersi ‘tuffare’, ‘immergersi’ nella propria immagine, per formare un tutt’uno con essa, dando per presupposta una non accettazione di sè.

Oggi il selfismo complusivo è una ricaduta di questa insoddifazione: fotografarci e riproporci -volta per volta e con sempre crescente frequenza- socialmente e socialmediaticamente, forse implica il voler fissare momenti lieti, attimi in cui ‘ci ammiriamo’ e che vorremmo rimanessero eterni, fissi.

Non è solo -mi pare- una questione di esteriorità, di superficialità.

Anche l’altro è per noi uno ‘specchio’ che rimanda ‘riflessi’ di noi: se siamo gradevoli o odiosi, belli o ripugnanti, simpatici o urtanti, questo l’altro davanti al quale stiamo -con un più o meno attendibile grado di verità- riesce a ‘rimandarcelo’, a farcelo percepire. E, viceversa.

Quando il confronto si estende temporalmente, questo continuo ‘riflettersi’ crea una conflittualità in cui diventiamo ‘uguali’ : identici, cioè, nelle ripicche, nei mezzucci, nella velenosità. E così ci riflettiamo reciprocamente un’immagine sempre più ‘uguale’ di noi.

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Da Hegel in poi -ma sarebbe meglio dire, da Cartesio in poi- la ‘specularità’ si è interiorizzata: la prevalenza del pensare sull’essere ha provocato quella del pensarsi sull’essere, acuendo l’incapacità di accettarci.

Hegel ha poi ‘staccato’ -nominalmente- questo stato dello spirito umano dal suo stato di natura, assorbendo il mito prometeico nella filosofia e consegnado alla modernità l’uomo che deve farsi diverso da sè, che deve elevarsi dalla sua condizione.

Nel farlo il processo ci mette davanti ad uno specchio ideale, in cui ci ‘sdoppiamo’. Un processo in cui entriamo in una dialettica con noi stessi. Una dialettica da cui facciamo fatica ad uscire: perchè ogni ‘conquista’ è inutile, dovendosi pensare sempre a quella successiva ‘dello spirito’.

Normale che -in un’umanità profondamente plasmata dalla ragione cartesiana e hegeliana- l’odio di sè, della propria condizione sia portato al parossismo, con punte inquietanti (si pensi alla non accettazione del proprio corpo e della propria sessualità, per non dire del proprio sesso).

C’è -nel fondo di ogni rivoluzione non solo sociale- questa insoddifazione doppiamente dialettica: la dialettica dentro l’uomo viene portata fuori e da questo nascono altri miti, come quello del progresso che esalta il divenire -sopratutto quello violento, rivoluzionario- come condizione indiscutibile dell’uomo contemporaneo.

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Se la modernità -che ha attecchito in tante cose dentro la Chiasa Cattolica- davvero ‘trionfa’ in essa è proprio in questo: che assistiamo ad una Chiesa che da decenni si avviluppa su sè stessa, che è messa lì allo specchio a ‘truccarsi’, che ha messo al primo posto l’ecclesiologia.

Una Chiesa ‘selfistica’ che -perdendosi davanti allo specchio- si è dimenticata dello Sposo che l’attende di sotto.

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