Questo brano di Roberto Calasso, preso da una delle sue ultime opere, ‘Il Cacciatore Celeste’ (Adelphi, 2017), Silvio Brachetta ha postato giorni fa, illumina molto bene questi giorni di abbandono e dissipazione.
Getta luce, in particolare, su quanto sembra sfuggirci in questa folle rincorsa dell’uomo (e della Chiesa cattolica) …all’indietro verso il preistorico ed il selvatico.
Per questo valgono i richiami al mai marcito mito russoviano del ‘buon selvaggio’ o ad un compulsivo bisogno di ritrovarvi ‘l’innocenza perduta’, che corrono di pari passo con l’arruolamento di bambini e adolescenti nelle battaglie politiche e culturali, non solo come armi mediatiche.
Sono spiegazioni correttissime.
Ma Calasso, che scruta da decenni l’ignoto in modo assolutamente alternativo al nostro, pare aver sentito dentro il ‘richiamo della foresta’ che agita questo ennesimo ‘processo’ della Chiesa in uscita e di tanta propaganda mediatica, un’eco più acuta, drammatica, elementare: quella metafisica.
Anzi, per essere più precisi, quella della SUA metafisica, quella che potremmo definire una ‘metafisica dionisiaca’, laddove il richiamo a Dioniso è assolutamente nicciano. Per Nietszche, Dionisio è l’opposto di Cristo, il ‘modello’ da seguire in alternativa a quest’ultimo.
‘Il Cacciatore Celeste’ di Calasso incarna davvero l’uomo postmoderno, la sua avidità di vita, il suo essere-per-consumare carpendo in modo predatorio ogni piacere o emozione terrestre; ma -al contempo- fotografa bene la condizione struggente dell’anima che, senza voler rinunciare affatto al suo istinto di afferrare e possedere la materia, anela a qualcosa che la supera come le stelle del cielo superano il suo capo.
L’archetipo del ‘cacciatore celeste’ sembra rappresentare ciò che si sta formando, quell’umanesimo nuovo che vuole scavalcare il cristianesimo, magari ‘includendolo’ in modo -ovviamente- declassatorio.
Un ‘cattolicesimo dionisiaco’ in cui l’anima universalistica, la volontà contenitiva e omnicomprensiva sia rivolta ad ogni esperienza umana del sacro, passata, presente o futura, senza alcun discernimento. ‘Dionisiacamente’, appunto: assumendo qualunque ‘sacro’ cioè per il gusto stesso dell’ebrezza, del consumo, di ciò che può soddisfare il desiderio, in questo caso, di sentirsi parte di un tutto spirituale, di un cosmos, che comprende però le più inesplorate latitudini geografiche e storiche dell’esperienza mistica e rituale.
Parte, cioè, di una ‘storia mistica’, di un ‘cammino plurisecolare’ fatto però di mille percorsi sui quali ‘è bello’ ripassare, con ciò magari tentando di ‘unificare’ l’esperienza spirituale umana.
Al prete che si fa ‘incensare’ del fumo della dea Pachamama, come nel video di giorni fa in Vaticano, quindi, non ‘manca’ (ne DEVE mancare) solo e drammaticamente l’esperienza metafisica, spirituale del Padre e di Cristo, come sembrerebbero suggerire decenni di ‘demitizzazione’ nei seminari e nell’esperienza pastorale.
Quel prete è chiamato -assai significativamente- ad ‘uscire’ dalla Chiesa (anzi, a fare uscire la Chiesa, farne appunto ‘Chiesa in uscita’) da un percorso tracciato anche con il sangue dei martiri, per condurla (e condurci) letteralmente ‘a caccia di (altre) cose celesti’, verso un pantheon fatto di luoghi teologici nei quali, con ‘l’innocenza’, possa ritrovarsi anche la metafisica perduta, anzi mai avuta perché abbandonata per seguire l’unica via proposta dalla Catholica.
Nella ‘Chiesa dei cacciatori celesti’, programmaticamente ‘fuori di sé’, non esistono le eresie: in essa nulla è eretico ma perché tutto il compendio delle eresie si assomma, si ammucchia e non si separa; anzi, ciò che è stato ‘separato’ (o ‘si è separato’) in passato, va recuperato senza che ne sia dispersa -però- la sua carica separatrice, affinché -insomma- tutto sia ‘dispersione’.
In una chiesa simile davvero la ‘missione’ non può mai tradursi in ‘proselitismo’: non c’è nulla cui doversi ‘convertire’ e, di conseguenza, ‘conformare’. Non c’è alcuna Autorità da seguire, alcun percorso inclusivo, perché tutti sono inclusi proprio in quanto esclusi.
Normale che, in una chiesa simile, non ci si ponga più il problema dell’infanticidio in Amazzonia o della soppressione degli anziani; come ha detto l’esperta di ‘cose amazzoniche’ Marcia Maria de Oliveira al Sinodo, essi vengono lasciati morire perché ‘non riescono a camminare’, a seguire le loro comunità negli spostamenti alla ricerca di cibo.
Essi non possono essere o non sono più ‘cacciatori’: pronti a muoversi, a partire, a correre verso la prossima preda.
Per loro -per i deboli- il cielo dei cacciatori celesti si è chiuso, letteralmente.
E qualcuno, in Vaticano, pensa di potergli precludere anche quello cristiano.


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