Il testi biblici sono chiarissimi nell’evocare proprio le nubi, specie quelle luminose, come segni evidenti della presenza divina. Da quella che precedette l’esodo dall’Egitto a quella della Trasfigurazione.
L’immagine (e la realtà) delle nuvole richiamano la particolare trascendenza divina: presenza nell’invisibilità; sensibilità e mistero; consistenza ma incorporeità.
Vedere Dio significa morire; ma lo si può intravedere nel respiro del mistero.
Domenica scorsa, però, il brano di Marco in cui Gesù preconizza la Sua seconda venuta, lo descrive -puramente e semplicemente- ‘sulle nubi’. Senza aggiungere, come fa Matteo, ‘del cielo’.
E rimbalza nella mente l’improvvisa intuizione di qualche giorno prima.
Se questo nostro tempo, cioè, è quello della ‘liquidità’ (delle relazioni, della politica, della società e, forse, della Chiesa stessa); se il il ‘movimento da uno stato all’altro’ delle realtà umane è quello a cui, fin’ora, abbiamo assistito; se, insomma, siamo passati da una solidità ad una liquidità e se, a seguire, siamo destinati a diventare ‘molecole gassose’ sempre più staccate le une dalle altre…
Se, nel farlo, noi stessi divenissimo -come sempre più appariamo, nel nostro crescente smarrimento- un ‘mistero a noi stessi’…
Se, insomma, dovesse andare così: non è forse il sempre più forte ‘nebulizzarsi dell’umano’ un segno dei tempi ultimi?
Non è forse, insomma, ciò che stiamo diventando la ‘nube’ su cui piomberà -come lo schiocco di un laccio- la Parusia del Redentore?


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